martedì 24 luglio 2012

Sul polo sventola bandiera bianca

Il telegramma diceva: “Permetto informarla che Fram procede per Antartide”. La firma era un ruggito nel nome di Roald Amundsen. 
Robert Falcon Scott, a capo della spedizione Terranova, capì subito che quei pochi punti di inchiostro nero sulla distesa bianca del foglio stavano per prefigurare, agli occhi di una spietata divinità del gelo, la drammatica competizione che lo avrebbe opposto ad Amundsen nelle vastità antartiche. Una competizione per essere il primo uomo a raggiungere il Polo Sud.

Robert Falcon Scott, ufficiale di marina inglese, non aveva una passione innata per i ghiacci. Per non essere inghiottito dalle sabbie mobili di una carriera anonima, tuttavia, non gli restava che fare leva su imprese  straordinarie. Nel 1901, dunque, si fece nominare capo spedizione della nave Discovery, per la prima esplorazione del continente antartico. La Discovery raggiunse notevoli risultati scientifici e portò lo stesso Scott, insieme all’amico Edward Wilson e ad Ernest Shackleton, fino a 480 miglia dal polo sud. Nel 1909 lo stesso Shackleton, questa volta senza Scott, arrivò a sfiorare l’impresa ordinando il rientro alla base a soli 180 chilometri dalla meta a causa delle pessime condizioni meteo e di salute del gruppo che capeggiava, passando nuovamente il testimone a Scott.

Roald Amundsen
Roald Amundsen, norvegese, era invece un veterano dei ghiacci del nord tra cui si era mosso fino a scoprire il leggendario passaggio a nord ovest. Quando seppe che sul polo nord accampavano pretese di conquista ben due esploratori americani, rivolse le sue attenzioni all’inviolato Antartide. Raccolse ufficialmente i fondi per una spedizione nel mare Artico e salpò con la nave Fram dichiarando che si muoveva per raggiungere lo stretto di Bering. Dava così al mondo intero (e principalmente a Scott)  l’impressione di voler battezzare col nome del re di Norvegia qualche baia o tratto di mare boreale. Solo in pieno Oceano Atlantico, nel porto di Madera, comunicò all’equipaggio le sue reali ambizioni. Ottenne il consenso di tutti e spedì il suo telegramma a Scott che, ostentando imperturbabilità, non potè far altro che raccogliere il guanto di sfida.

La gara che si consumava in Antartide nel biennio 1910 - 1912 vedeva fronteggiarsi due uomini e due concezioni diverse dell'esplorazione. L’audacia, la sfrontatezza, l’organizzazione puntigliosa, l'affiatamento tra uomini e animali, la rapidità di azione e di pensiero dalla parte di Amundsen; sul territorio di Scott, invece, si dispiegava la costellazione disegnata dall’inclinazione puritana del suo tempo: un luccichio di arroganza cortese, distacco, buona educazione, sherry da bere a fine cena e, su tutto, la responsabilità del buon nome di una intera nazione.

Inglesi e norvegesi si accamparono nell'avamposto della barriera di Ross agli inizi del 1911. Scott era deciso a seguire le orme della spedizione di Shackleton del 1909 e quindi a muoversi su un territorio già battuto e descritto fino a 180 km dal polo. Amundsen fece base più ad ovest, in un punto più vicino di 100Km alla meta rispetto al rivale, ma con un territorio interamente inesplorato. Amundsen pianificò la sua missione con precisione da laboratorio chirurgico. Commise un unico errore a cui riparò facilmente. Ipotizzando l’imminente arrivo della primavera e bruciando di impazienza, partì alla volta del polo ad inizio settembre del 1911 per poi tornare alla base dopo 7 giorni, ricacciato indietro dalle incalzanti bufere. Attese quindi il mese di ottobre e ripartì con  4 suoi compagni, trasportando delle slitte ultraleggere al traino di una muta di cani addestrati.
Scott si mosse, invece, il primo di novembre 1911, con 14 compagni, due motoslitte, 10 pony della Manciuria e ventitré cani. Già al quarto giorno le motoslitte erano inutilizzabili (“le macchine tradiscono il sogno”, scrisse Scott nel suo diario). Ai primi di dicembre tutti i cavalli, su cui aveva fatto grande affidamento, erano stati abbattuti per manifesta inadeguatezza a sostenere l'ostilità del clima. L’11 dicembre il capitano diede l’ordine di rimandare indietro, insieme ai 4 uomini più stanchi, anche i cani, animali superbi, ma che nessuno sapeva governare. Il 4 gennaio 1912, infine, Scott decise di proseguire per il polo sud con una spedizione di 5 uomini, rispetto ai 4 programmati. Portava con sé l'amico di sempre e responsabile scientifico della missione, dottor Edward Wilson, l’ufficiale Henry Bowers, il Capitano dell'esercito Lawrance Oates, detto il Soldato e, a sorpresa, il sottoufficiale Edgar Evans, scelto per le sue straordinarie doti di resistenza. In assenza dei cani, si incamminarono sui ghiacci trainando a braccia le pesantissime slitte, nell’unica soluzione che parve onorevole a Scott per compiere l’impresa.

Il capitano annotava meticolosamente sul suo diario le vicende di quei giorni. Nelle pianure che si susseguono ai ghiacciai, sul fondo dei crepacci, nelle cime spazzate da venti forsennati, l’Antartide ci appare il luogo in cui la natura si mostra all’uomo nel suo volto più diabolico e insondabile, lasciando riconoscere a chi esamina i fatti, però, la sua livida ironia. Il 17 dicembre Scott si mostrava rinfrancato, descrivendo i suoi come degli studenti di college in gita: “trainiamo le slitte in canottiera e siamo abbronzati. Forse la nostra fortuna sta girando.” L'unico ad aver girato, invece, era Amundsen che, dopo aver raggiunto la boa del polo sud 3 giorni prima, si incamminava verso il ritorno alla base in quella che fu ingenerosamente definita la più lunga corsa sugli sci della storia.
La spedizione inglese

Ignaro di tutto, il 6 gennaio 1912, il gruppo di Scott superava il punto estremo raggiunto da Shackleton 3 anni prima. Per quanto a loro conoscenza, si trovavano alla latitudine più meridionale mai toccata da uomo. L’entusiasmo durò pochi giorni. Il 16 gennaio Bowers avvistò tracce di cani e una bandiera nera con i resti di un campo. Scott non si fa illusioni e annota: “Mi dispiace per i miei leali compagni, sarà un ritorno penoso.”

Praticamente seguendo le tracce dei rivali, il 18 gennaio 1912, alla latitudine di 90° sud trovarono una tenda e la bandiera norvegese piantata da Amundsen 35 giorni prima. Irrigidito dal gelo, il tessuto non sventolava, agitandosi lugubre al vento polare. Dentro la tenda Scott trovò, a lui indirizzata da Amundsen con un omaggio crudele, una lettera da consegnare al re di Norvegia per testimoniare, nel caso fosse perito nel viaggio di ritorno, il proprio successo al mondo.
Nel diario si legge: “Questo è un posto spaventoso ed è terribile per noi aver faticato tanto per arrivarci senza il premio di essere i primi.” Agli estremi del mondo, Scott, addestrato alle evenienze più terribili, si faceva sorprendere dall’esperienza più frequente nella vita, la sconfitta. Neanche quella realtà capovolta, tuttavia, poteva scardinare le coordinate esistenziali tracciate sulla mappa della sua educazione vittoriana. Gli uomini come lui, quando subivano una delusione, erano stati educati a rifugiarsi nel silenzio e Scott, nella circostanza decisiva della sua esistenza, incoraggiato da quei luoghi inumani, dall'assurdità di un punto che, a differenza del suo opposto, non ha neanche una stella a calamitarlo su di un cielo triste, scelse il silenzio definitivo ed assoluto.

A chi legge il diario pare che non si più lui a scrivere, ma un personaggio che gli entra impercettibilmente nelle ossa più del ghiaccio, un personaggio che prepara un’uscita di scena onorevole, trasformando il fallimento in elegia, il secondo posto in un trionfo sentimentale.
Il ritorno di Scott e dei compagni diventa un percorso allucinatorio di cui il diario è un fedele ambasciatore. Scrivere non è più un modo per fermare il presente ancorandolo nelle rade del ricordo, ma un nobile espediente per sopravvivere nel futuro. Nei pressi del campo norvegese, con gli arti già aggrediti dal gelo, il capitano dovette vedersi come un anziano mutilato che avvolge le sue amputazioni nella Union Jack, costretto a tenere conferenze sulla propria umiliazione ad un ozioso pubblico per mantenere la famiglia o a pubblicizzare un libro di memorie per difendere la propria condotta. 
L'itinerario di Scott e quello di Amundsen. Dal sito www.windoweb.it

Dopo le foto di rito, foto tetre, accanto alla bandiera inglese, Scott scrisse di avere un solo pensiero: tornare alla base il prima possibile. Il 7 febbraio, tuttavia, concesse incongruamente a Wilson e Bowers una mezza giornata geologica per raccogliere fossili.
Con la delusione che brucia sottopelle più del gelo, la situazione precipita. La scelta di un uomo in più si rivela in tutto il suo azzardo quando cominciano a scarseggiare i viveri. Tra il 17 e il 18 febbraio muore il primo uomo della spedizione, Evans, scelto per la sua robustezza di militare che non era mai stato ammalato. Si spegne lentamente, inebetito da una commozione cerebrale rimediata due settimane prima nella caduta in un crepaccio.
Il freddo, lo scorbuto, la fatica, lo scoramento, si abbattono sui 4 superstiti come gelidi cavalieri dell’Apocalisse. Oates, il gigantesco Soldato, colui che non si arrende mai, ha un piede congelato e prega per la prima volta i compagni di lasciarlo  indietro, per non rallentare la loro marcia. È il 7 marzo e Amundsen, arrivato sulla terra ferma, sta telegrafando al mondo il suo successo.
Lawrance Oates
Il 16 marzo Oates, con gli arti incancreniti, è consapevole di essere spacciato e di rappresentare un ostacolo alle speranze degli altri. Guarda quei compagni muti che non hanno più la forza di incoraggiarlo in risposta alle sue  richieste di separarsi e tuttavia non lo abbandonano. Con grande fatica, durante una tempesta di neve, infila ai piedi gli scarponi ed esce dalla tenda salutando i compagni con il più commovente degli understatement: "Sto uscendo, può darsi che rimanga via un po' di tempo". Era il giorno del suo 32esimo compleanno e si trovava a 79° 28’ di latitudine sud ad oltre 17.000 Km da Londra. Nessuna primogenitura scandinava potrà togliere  a quelle distanze le stimmate dell'Inghilterra che il Soldato Oates lasciò assieme al suo corpo.
I tre superstiti procedono lentissimamente, ormai senza più cibo e combustibile per sciogliere la neve e dissetarsi. Il 21 marzo una tormenta li inchioda per giorni ad appena undici miglia dal deposito di One Ton che conteneva, appunto, una tonnellata di approvvigionamenti. In quelle condizioni di sfinimento, a 40 sotto zero, con lo scorbuto che li divorava, 11 miglia erano come 11 anni luce.
Scott presagisce la fine e affida lucidamente al diario lo slogan che lo avrebbe accompagnato alla fama: “Fossimo sopravvissuti avrei avuto per voi una racconto sull’ardimento, la resistenza e il coraggio dei miei compagni che avrebbe commosso il cuore di ogni britannico». Senza più la forza di morire sulla pista, come avrebbero voluto, andarono incontro alla fine intorpiditi dalla febbre, sprofondando nella morte, come nel sonno. Il 29 marzo è verosimilmente l’ultimo giorno di vita di Scott. La pagina del diario riporta la frase: “Sembra un peccato, ma non credo di poter scrivere altro.” Poi affida la cura dei familiari all’amore di Dio, l’unico che al Polo Sud c’era stato prima di Amundsen.
L'ultima pagina
del diario di Scott
Quasi nove mesi dopo quel giorno una squadra di soccorso mandata incontro alla spedizione polare trovò la tenda e i tre cadaveri congelati. Nel groviglio della tempesta e dei sentimenti Scott aveva scelto di morire abbracciando l’amico Wilson. I soccorritori non poterono far altro che recuperare gli scritti, le pellicole fotografiche, i disegni, i fossili. Lasciarono cadere sui corpi la tenda, vi accumularono sopra un tumulo di neve e vi posero in cima degli sci messi in croce.
La notizia della morte di Scott commosse il mondo intero e oscurò come un inverno antartico l’impresa di Amundsen e delle sue slitte trainate dai cani. Quella che per Amundsen rimaneva una delle tante possibili maschere della gloria, un qualunque podio riservato ai competitori sportivi, per Scott si tramutò in elegante destino, in un posto nell’olimpo degli eroi dove a stento giunge l'eco delle timide domande dei sopravvissuti: era stato il mondo interiore del capitano a rendere possibile, per non dire necessaria, la tragedia? O forse, più semplicemente, il fato si imbuca in una delle porte da cui lo lasciamo entrare, tanto più che al Polo Sud non c’è bisogno di bussare? I diari di Scott, emendati dalla vedova e dagli amici dalle parti meno onorevoli, furono come programmato uno straziante best sellers sull’ardimento di questi cinque uomini e accesero a tal punto il mito del capitano che la madre di Oates, che aveva letto sul diario del figlio le lamentele sulla superficiale conduzione della spedizione, continuò invano a chiedere una inchiesta per appurare le responsabilità del disastro finale. 

I diari rimangono, tuttavia, una lettura di impatto. Ne sarebbe potuto venir fuori uno scritto furioso contro Dio, contro il “perfido Amundsen” che aveva invaso a tradimento il campo di gara inglese, contro la sorte. Lo scritto, invece, è pervaso di una calma piena di grazia, che assomiglia alle distese di ghiaccio sotto cui Scott e i suoi si trovano ancora sigillati, sotto le centinaia di chilometri di neve che in un secolo si sono accumulati sulla loro tenda, trascinandoli alla deriva al seguito dei movimenti del ghiaccio, fossili anche essi per i turisti degli anni duemila che giungono in Antartide a bordo di confortevoli crociere tutto compreso.

Roald Amundsen continuò a rivolgere i suoi febbrili interessi alle esplorazioni polari e legò il proprio nome anche alla conquista del polo nord. Il 18 giugno 1928 andò in soccorso dell’esploratore italiano Umberto Nobile che aveva avuto un incidente col suo dirigibile nel Mar Glaciale Artico. Nonostante i forti dissapori che erano intercorsi tra i due in passato, si imbarcò da solo su un idrovolante che non raggiunse mai Nobile e che non venne mai ritrovato. Partito per salvare un rivale, anche Amundsen morì da eroe tra i ghiacci polari e senza il conforto di una tomba su cui onorarlo. Questa volta, però, era lui ad essere arrivato secondo.



Fonti, rimandi, fanatismi, ispirazioni
http://scienza.panorama.it/Scott-Amundsen-sfida-d-altri-tempi
http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Falcon_Scott#La_spedizione_Terra_Nova_.281910_-_1912.29
http://it.wikipedia.org/wiki/Spedizione_Amundsen
I diari del polo di Robert Scott ed. Carte scoperte
Il volo del falco. La corsa al polo sud e il mito di Scott di J.A. Wainwright ed. Vivalda

martedì 26 giugno 2012

Delitto alla corte del re Sole



Secondo il libro tibetano dei morti, negli istanti successivi alla fine, al defunto pare di vedere gli dei sotto forma di animali. Si tratta, invece, di proiezioni della mente che continua a produrre le sue ossessioni. L’astronomo Percival Lowell non era mai stato in Tibet e sotto le sue palpebre chiuse per sempre da un ictus, nel 1916, si affacciò un gigantesco pianeta orbitante oltre la familiare conoscenza del sistema solare. Ne fu felice, perché aveva dedicato i suoi ultimi 9 anni di vita alla ricerca di un corpo celeste ancora sconosciuto, ma in grado di perturbare le orbite di Urano e Nettuno, i pianeti più esterni del sistema solare che parevano attirati da qualche oggetto di grande massa nel loro incedere siderale.
Ormai del tutto al di fuori dalla mente di Lowell, il resto degli essere umani che si occupavano di astronomia ricevettero in eredità dal defunto una serie di accuratissimi calcoli sulla presunta posizione del nono pianeta, la cui ricerca si tramutò presto, soprattutto negli Stati Uniti,  in una febbre simile a quella dei cercatori d’oro. La corsa alla scoperta del nono pianeta fu vinta da uno  oscuro ricercatore di appena 24 anni. Si chiamava Clyde Tombaugh e riuscì nell'impresa grazie ad un dispositivo di sua invenzione chiamato comparatore a intermittenza. Il macchinario gli consentiva di confrontare simultaneamente singole fotografie della stessa porzione di cielo scattate in momenti differenti, per osservare se qualcosa si fosse mosse rispetto allo sfondo delle stelle fisse. Con questo metodo, il 18 febbraio del 1930, lì dove Lowell aveva previsto, si mostrò per la prima volta il tanto ricercato corpo celeste. Ricevette il nome di Plutone, il dio dell’aldilà, a causa dell’ostilità delle condizioni che si presentano in quegli spazi lontanissimi dal Sole e anche per omaggiare con le sue prime lettere le iniziali di Percival Lowell (e il simbolo di Plutone è proprio una PL sovrapposta:♇).
Clyde Tombaugh accanto al telescopio con cui scoprì Plutone



Fu subito chiaro, tuttavia, che Plutone aveva una bassa luminosità e una massa molto piccola. Non poteva, quindi, essere il responsabile delle discrepanze sulle orbite di Urano e Nettuno. In altre parole, per un puro caso e mentre cercava tutt’altro, Tombaugh aveva scoperto un nuovo oggetto del sistema solare. Un esempio classico di quella che oggi si chiama serendipità e che gli astronomi dell’epoca preferirono classificare con il termine scientifico di “fortuna del principiante”.
Caso o non caso Tombaugh e Plutone vennero festeggiati come si deve: Tombaugh ricevette numerosi premi accademici mentre gli Stati Uniti tributarono la massima onorificenza nazionale a Plutone nel giorno in cui alla Walt Disney battezzarono col nome del nuovo pianeta il cane appena creato per Topolino. Tombaugh trascorse ancora diversi decenni alla ricerca del gigantesco decimo pianeta, almeno fino agli anni ’70, quando le sonde inviate verso Urano e Nettuno accordarono le misurazioni dei moti di questi pianeti con le loro masse, spegnendo una volta per tutte le ricerche su un pianeta gigantesco e sconosciuto.
Gli studi successivi confermarono la natura infernale di Plutone. Un turista spaziale (sempre ammesso che non abbia dato retta all’attore Robin Williams e alla sua battuta: "Non andate su Plutone. E' il pianeta di Topolino".) si ritroverebbe su un territorio più piccolo della nostra Luna ad una temperatura ordinariamente al di sotto dei 220 gradi centigradi, in un mondo formato da ghiaccio e roccia, con una tenue atmosfera di azoto e metano che nei mesi invernali arriva a solidificarsi. Ad una distanza di oltre 5 miliardi di chilometri, il Sole sarebbe a stento distinguibile da una qualsiasi altra stella. In quel grigio silenzio, l'attrazione principale sarebbe Caronte, la più grande delle quattro Lune di Plutone ad oggi scoperte. Caronte ha un’orbita sincronica a quella di Plutone e quindi apparirebbe al nostro turista spaziale sempre immobile nella stessa parte del cielo plutoniano, come un ritaglio nel velluto siderale.Nonostante Plutone fosse stato arruolato tra i pianeti dai libri di astronomia, dai poster, dalla letteratura di fantascienza e da generazioni di appassionati, molti astronomi mettevano in risalto le sue anomalie, soprattutto relative all’orbita e alla dimensione, richiedendone la riclassificazione. Nel 2005 alcuni astronomi statunitensi scoprirono Eris, un gemello maggiore di Plutone che si muove ad una distanza dal Sole ancora maggiore. Alle prime voci entusiaste per la scoperta di un decimo pianeta, si sovrapposero quelle della scienza ufficiale che si interrogò sulla definizione di pianeta e propose, semmai, di declassare Plutone. Il 24 agosto 2006 in una infuocata seduta dell'Unione Astronomica Internazionale  tenutasi a Praga, come si usa da quelle parti, Plutone venne defenestrato dal sistema planetario del nostro Sole e retrocesso a pianeta nano. La decisione spezzò i cuori di generazioni di astrofili che recitavano i nomi dei pianeti come certi tifosi le formazioni di calcio. Il Plutone pianeta era stato ucciso da inappuntabili ragioni scientifiche riconducibili a quello che Claudio Magris definisce “il piacere classificatorio e protocollare che aiuta a nascondere l’assurdità della vita”. L’emotività della scelta non risparmiò la politica e romanticamente il Congresso dello stato dell'Illinois (patria di Clyde Tombaugh), nel 2007, ha decretato per legge che Plutone resta un pianeta. Il suo scopritore era già morto da dieci anni, senza avere avuto sentore del destino che attendeva la sua scoperta.


La sonda spaziale New Horizons, lanciata a gennaio del 2006 verso Plutone, raggiungerà la sua destinazione nel luglio del 2015. Porta a bordo una parte delle ceneri di Tombaugh che si ricongiungerà così al suo personalissimo aldilà, prima di perdersi, intrepido, ai confini del sistema solare. Plutone a causa della sua distanza dal Sole possiede un’orbita lunghissima e impiega circa 250 anni per completare un anno. Dal giorno in cui apparve ad intermittenza su due lastre fotografiche ad un giovanissimo astronomo dell’Illinois, ha percorso il tempo di una stagione (la primavera per l’esattezza). Forse serba riposto tra i ghiacci il ricordo del tributo concessogli dai remotissimi essere umani come il dio che gli ha dato il nome fece con Persefone. Più probabilmente continua il suo moto letargico e plumbeo, immemore e disincantato sulle centomila cose del mondo, sufficiente a sé stesso, senza chiedere riconoscimenti o fama, senza crucci per le offese subite, con l'indifferenza che appartiene alle cose e che, se fosse degli umani, potremmo anche chiamare felicità.





Una raffigurazione artistica di Plutone e Caronte visti da uno dei satelliti. fonte NASA
realizzata da G. Bacon (STscI)



domenica 13 maggio 2012

Il grande sonno di Mike Fiaschetti

Se non avete mai sentito parlare di Mike Fiaschetti, trovatevi subito un robusto alibi o preparatevi all’incalzare di un impegnativo terzo grado. Perché Fiaschetti era un detective dalla pelle indurita di cuoio di rinoceronte, un poliziotto che imprecava dagli angoli della bocca fumando un sigaro tra le labbra, un investigatore con indosso il paletot chiaro e in tasca una pistola automatica per combattere delinquenti di ogni tipo, quando ancora non era giunto il cinema ad uniformarli tutti in improbabili Scarface. Fiaschetti, insomma, era un duro.

Eppure Mike non era stato tirato su alla scuola dell’hard boiled. Intanto perché era nato come un più mite Michele a Morolo, in Provincia di Frosinone, nel 1881. Poi perché il padre era un maestro di banda che insegnò al figlio a districarsi solo fra fiati ed ottoni fino a quando non ebbe compiuto i dieci anni. Nel 1891, infatti, Fiaschetti padre prese i bagagli e le mani dei suoi cari per portarli con sé negli Stati Uniti d’America, in cerca di miglior sorte. Oltreoceano il padre condivise la passione per le arie liriche di Verdi e Mascagni con un altro connazionale emigrato, di cui divenne amico. Si trattava di Joe Petrosino che di lì a poco si sarebbe arruolato nella polizia di New York con lo specifico compito di combattere la Mano Nera, l’organizzazione mafiosa di origine italiana che imperversava sulla città, senza che le autorità locali ne capissero codici e strategie. Petrosino indovinò nel giovane Michele l’istinto del detective e gli trasmise i segreti delle azioni sotto copertura, le astuzie psicologiche e l'applicazione dell’interrogatorio di terzo grado. Fu così che nel 1905, quando fu posto a capo di un manipolo di cinque poliziotti italiani chiamato “ The italian Squad”, Petrosino scelse come suo secondo il figlio del maestro di banda di Morolo, che si era già fatto le ossa come mordace agente di quartiere. Fiaschetti nel frattempo aveva preso moglie e, nello stesso anno, era diventato padre di una bimba e vedovo. Deciderà di non risposarsi più, dedicando l’intera sua vita al lavoro e alla figlia. Nel 1909, dopo la tragica morte di Petrosino, l’Italian squad rimase ufficialmente inattivo per il timore del ripetersi di qualche attentato a danno dei suoi componenti.

Solo nel 1918 la polizia di New York decise di riformare ufficialmente la squadra italiana e vi mise a capo Mike Fiaschetti. Il nuovo comandante seguiva un modus operandi differente da quello di Petrosino, tradizionalmente legato alle attività sotto copertura. Fiaschetti, invece, confidava per le sue indagini sulle crepe che inevitabilmente si aprivano nel muro d’omertà edificato dai mafiosi, soprattutto se si offriva loro in cambio il godimento di alcuni benefici volti ad alleggerire il regime carcerario. Fiaschetti, dopo il congedo, raccontò quegli anni in due serratissimi libri in inglese e nelle sue memorie a puntate che gli italo americani leggevano con orgoglio, in italiano, sul “Corriere d’America”. 

In una lingua scoppiettante Fiaschetti mise subito le cose in chiaro. Dopo aver arrestato oltre 1.000 delinquenti e mandato sulla sedia elettrica 12 pluri omicidi (ma si diceva contrarissimo alle pena di morte e cercò sempre di evitarla, per quanto possibile, ai colpevoli da lui arrestati) si prese, da scrittore, lo spassoso lusso di mandare preventivamente al diavolo Sherlock Holmes, la sua lente di ingrandimento e il suo metodo d’indagine. Fiaschetti sa che i delitti si commettono tutti per denaro o per donne e a suon di pistolettate o coltelli e che questa è l’unica cosa elementare di una indagine, dottor Watson. Per il resto Holmes gli appare alla stregua di una bizzarra macchina calcolatrice, che procede a colpi di irreali deduzioni. L’attività investigativa, invece, è un paziente lavoro di ragno e di segugio e puzza di tutto il resto del regno animale. Si svolge tra cene ed appuntamenti in teatro che preparano appuntamenti all’ultima revolverata. È presidio nei quartieri dove la gente viene uccisa per strada e i cadaveri si seppelliscono sotto ai contatori del gas. È sfida con gangster ebrei, greci, irlandesi che si recano dal fornaio italiano per cremare cadaveri scomodi, traditi nell’attimo decisivo dall’infallibile indagine del detective Fiaschetti della squadra italiana della Polizia di New York che manda a monte ogni tentativo di melting pot criminale. L’unico sentimento che abbonda nei suoi racconti, oltre alla determinazione di trascorrere intere giornate a fianco di assassini per costringerli con la sua sola presenza ad una pressione psicologica che sfocierà nella confessione, è l’ironia. Una ironia new yorkese che è il sorriso del forte, di quello che ha saputo fare la cosa giusta. E mentre mandava Sherlock Holmes ad esaminare impronte all’inferno, Fiaschetti dalle colonne del Corriere d’America chiederà a gran voce uno scrittore capace di raccontare una indagine senza esotici veleni o cervellotiche motivazioni, ma secondo i criteri del reale. È il 1939 e nessuna coincidenza ha mai saputo resistere a delle domande ben poste, meno che mai se formulate da un duro. Nel giro di pochi mesi Raymond Chandler pubblicherà la prima avventura del suo Philip Marlowe, dando vita a un ciclo di romanzi polizieschi dove la “gente commette delitti per ragioni concrete e non per fornire un cadavere a lettori oziosi.”

Fiaschetti, però, non ha i tormenti dell’eroe Chandleriano. I suoi luoghi non sono gli ombrosi locali notturni di Marlowe, ma i ristoranti italiani dalle tovaglie a quadri, dove si servono ravioli al sugo e il pranzo viene interrotto dal bang bang proveniente dal locale adiacente, a segnalare un altro caso per la polizia. L’abilità del detective, poi, non è quella deduttiva che deriva da un sapere enciclopedico, né l’uso della forza, ma la capacità di creare una rete fittissima di informatori, che nel colorito gergo della malavita vengono definiti "stool pigeons", ovvero assimilati agli imprendibili piccioni viaggiatori utilizzati in passato per i messaggi segreti. Gli stool pigeons che consentono a Fiaschetti di dipanare matasse intricatissime sono solitamente relitti da bassa marea della vita: affittacamere, portinai, camerieri e, soprattutto, piccoli delinquenti. Ma anche donne tradite, manovalanza criminale scontenta del trattamento ricevuto dalla banda, biscazzieri, bootlegers e tenutarie di bordelli interessati alla tranquillità del quartiere. La moneta con cui si pagano gli stool pigeons, contrariamente a quanto si pensa,  non è il denaro. Gli informatori, infatti, si legano al detective da un saldissimo vincolo di gratitudine dopo che il poliziotto ha chiuso un occhio su un loro piccolo delitto. Una omissione che consente, però, di scoprire reati maggiori. Non di rado Fiaschetti infrange la legge per tessere la sua rete di informatori, ma si appropria del noto motto di Machiavelli sul fine e sui mezzi per bonificare il suo agire agli occhi dei lettori .

Machiavelli, in verità, è più lontano di quel che lo stesso detective pensava. La dicotomia tra la legge e la pratica necessaria per farla rispettare, il teatro che Fiaschetti imbastisce tirando i fili di vittime o assassini, belle siciliane o colleghi riottosi, sono indirizzati al colpo di scena dell’arresto conclusivo, al conseguimento del massimo risultato e di una virile stretta di mano da parte dei superiori ammirati. In fondo anche Al capone si sentiva un figlio di quell’America che aveva il mito del self made man e poco si curava se i gangster coniugavano il verbo dell’egualitarismo democratico e dell’ individualismo nei tempi propri della malavita organizzata. Il loro modo di agire appariva semplicemente come l’espressione più spietata del capitalismo. Così Fiaschetti, pratico, tenace, metodico e attento al sodo delle questioni, più che al Principe di Machiavelli è simile al capo di una holding che tramite i suoi stool pigeons ha quote occulte nelle varie società malavitose per controllarne la gestione e trarne profitto.

Dopo una vita trascorsa a combattere il crimine Fiaschetti si congedò con varie onorificenze dalla polizia nel 1922. Vi ritornò per una breve parentesi negli anni ’30, quando venne richiamato dal sindaco Fiorello La Guardia per occuparsi della lotta al racket. L’Italian squad veniva contestualmente sciolto su pressioni di un avvocato e politico newyorkese che Fiaschetti aveva fatto allontanare durante un interrogatorio. La motivazione ufficiale fu che la squadra italiana risultava essere un insulto etnico, in assenza di analoghe squadre irlandesi o ebree. Come dimostrò l’enorme partecipazione di popolo ai funerali di Petrosino, invece, la squadra italiana era un motivo di orgoglio etnico e un collante al senso di appartenenza al paese di adozione. Non più al riparo dalla protezione culturale e fisica degli agenti italiani, il richiamo romantico dell'esistenza fuorilegge, dei padrini sanguinari, dei picciotti in spavaldo doppiopetto e dei feroci codici d’onore, tracimerà invadendo l’immaginario collettivo americano, consolidando lo stereotipo dell’italiano mafioso e declinandone la figura in tutti i registri della rappresentazione mediatica: il cinema, la letteratura, i fumetti, i talk show, il reality, le serie TV. 
Dopo il congedo Fiaschetti praticherà l’unico mestiere più sporco di quello del detective: il detective privato, aprendo a Broadway il Fiaschetti’s International Detective Bureau.

Partecipò anche ai percorsi di addestramento dell’esercito americano per la seconda guerra mondiale. La sua fama, non consacrata da una morte violenta come per Petrosino, si andò progressivamente spegnendo. Di lui non si conosce più nulla se non la data e li luogo di morte, avvenuta il 29 luglio del 1960 in un ospedale di Brooklyn. Nemmeno il sito internet del suo paese di origine lo ricorda tra i concittadini illustri. Ci vorrebbe uno Sherlock Holmes richiamato con le dovute scuse dall’inferno per ricostruire i suoi ultimi anni di vita. Sospetto, tuttavia, che l'infallibile creatura di Conan Doyle avrebbe gioco facile nel guardarci da dietro la lente d’ingrandimento e risolvere il caso raccontandoci con superiore distacco che l’esito riservato a tutti e soprattutto ai duri, quando si va sciogliendo il grumo di spazio e di tempo che noi uomini siamo, non può che essere triste, solitario e finale.


 Fonti, rimandi, fanatismi e ispirazioni:
Gioco duro di Micheal Fiaschetti, Avagliano Editore
Su wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Michael_Fiaschetti
Alcune pagine tratte da You gotta be rough (in inglese): http://bsiarchivalhistory.org/BSI_Archival_History/Fischetti.html
Il profiilo su The American mafia (in inglese) http://mob-who.blogspot.it/search/label/Fiaschetti

sabato 24 marzo 2012

Bruno Lauzi: la libertà è un ufficio in riva al mare

"Secoli di pregiudizi della borghesia nei confronti degli artisti hanno portato gli artisti ad avere pregiudizi nei confronti della borghesia. D’altra parte, dareste vostra figlia a un chitarrista?” (B.L.)

Bruno Lauzi aveva quella faccia un po’ così e quell’espressione un po’ così di chi ha visto Genova dopo essere nato all’Asmara. Che dovesse prendere le cose della sua vita alla lontana, quindi, era scritto. E lo stesso bizzarro Autore che si è assunto l'incarico di scriverne l'esistenza, si deve essere divertito a racchiudere nella fisicità di questo buffo piccolo uomo riccioluto le più impensabili moltitudini d’artista: il cantautore, il poeta, il raccoglitore di funghi, il cabarettista, il cantante, lo scrittore, il traduttore, il politico, il viticultore, l’appassionato di cinema e fumetti. Il divo no. Il famoso, nemmeno, se è vero che si divertiva ad elencare tutte le persone (preferibilmente con la Z nel nome) per cui era stato scambiato nelle sale d'attesa d'aeroporto: Ezio Luzzi, Lino Toffolo, Lando Buzzanca, Umberto Tozzi, Giorgio Albertazzi, Pino Rauti, una volta persino per “uno che assomiglia a Bruno Lauzi.”

L’occasionale interlocutore non poteva commettere errore più rivelatore. Lauzi nel panorama musicale italiano non assomigliava che a sé stesso. A partire dalla sua collocazione politica non di sinistra, per finire con l’ostinato voltafaccia che gli ha riservato il successo commerciale. Sempre mantenendo il buon gusto e il buon senso di non attribuire alla sua appartenenza politica liberale l’infelice esito delle canzoni in classifica e senza fare grandi proclami in nome della coerenza, la più noiosa e meno artistica delle virtù. Così, ad oggi, le canzoni che Lauzi ha scritto sono famose  per le interpretazioni di altri cantanti  e quelle che ha interpretato sono molto più conosciute nelle versione dei propri autori (Conte e Battisti su tutti).


E nonostante questa costante invendibilità, che sarebbe risultata letale per molti artisti, Lauzi non ha mai perso il favore del pubblico e la conseguente consapevolezza di essere un privilegiato. Amava dire che per lui la vita si era trasformata in una vacanza ed in vacanza è impossibile prendersi troppo sul serio. Per questo, quindi, ha vissuto con divertimento i fasti e i fiaschi della sua carriera, ma non si è fatto mancare di additare all’Italia sempre sospesa tra il pettegolezzo e l’agiografia, le miserie di impresari, discografici e noti colleghi (per alcuni, necessariamente, anche dopo la morte, quando la santificazione diventa obbligatoria), i capricci insopportabili delle dive nostrane e l’ottusità dei dirigenti della RAI. Da qui la sua fama di tipico genovese: mugugnatore di professione, rompicoglioni, polemico, imprevedibile e, in fondo, irresistibilmente simpatico.

La carriera artistica di Lauzi comincia con un compagno di banco di nome Luigi Tenco. Insieme cantano e ballano le note dei film musicali americani e insieme suonano il jazz sulla terrazza di casa Lauzi. Insieme sono tra i fondatori della scuola genovese, ma guai a dirlo a Lauzi che sull’argomento  era solito rispondere che le scuole prevedono maestri ed allievi, mentre lui, Tenco, Bindi e Paoli erano tutti sullo stesso piano. In quell’ambiente compone la sua prima vera canzone, una gemma che è anche il brano manifesto della scuola genovese: "Il poeta", in cui il protagonista si uccide per amore. Posto di fronte al dilemma di cedere alla censura, tagliando il verso del suicidio, o di non passare in radio, Lauzi sceglie la via che gli impone l'Arte. La canzone rimarrà ignota ai più, almeno finquando non la riprende Gino Paoli. Simile dilemma, su ben altro piano, gli riproporrà l’amico Tenco a distanza di pochi anni, sparandosi a Sanremo un colpo di rivoltella. Un gesto lacerante, che Lauzi non accetterà mai, combattendo anche tutti i tentativi di celebrare l’eroe Tenco vittima del sistema (e i cannoneggiamenti lauziani non risparmieranno neanche la pur splendida "Preghiera in gennaio" di De André).

Sempre agli inizi degli anni ’60 si trova ad ascoltare un disco d'importazione con musiche tratte dal Carnevale di Rio. Incuriosito da alcune espressioni che gli ricordano il dialetto genovese, Lauzi compone a ritmo di samba “O frigideiro”, una canzone finto carioca che celebra in dialetto genovese l'oggetto del desiderio delle famiglie italiane dell'epoca: il frigorifero. Con un ghigno brasileiro era nata la canzone etnica italiana e “O frigideiro” indicherà a molti autori la giusta strada (o, se preferite, la giusta “creuza de ma”.) “O frigideiro” schiude a Lauzi le porte del cabaret, dove dimostra le sue doti di grande intrattenitore prima al Derby e poi al Cab64, locale in cui stringe sodalizio con Cochi e Renato, Jannacci  e Lino Toffolo.  Ma nel 1963 una sua canzone, composta in pochi minuti ispirandosi a un bolero, il ritmo che più si addice ai cicli, comincia ad essere cantata con successo. E' "Ritornerai", che alla fine di quell’estate risulta la canzone più suonata nei Juke box italiani. Quasi tutti, però, ne ignorano l’autore che è impegnato col servizio militare. Quando sull’onda della curiosità potrà interpretarla in televisione, le vendite del 45 giri si arresteranno di colpo, episodio che il cantautore commenterà con la solita grande autoironia. Il decennio proseguirà con una infelice presenza a Sanremo, dove porterà un valzer in piena era beat, e una serie di brani d'autore che non fanno breccia nel pubblico. Nel '68 celebra la propria rivoluzione: si sposa con Giovanna che sarà la sua compagna di tutta la vita. La carriera di Lauzi, tuttavia, è ferma alla vendita di poche decine di migliaia di dischi in anni in cui bastava avere un cuore che ti amava tanto o baciare come un rock per arrivare a risultati di mercato dieci volte superiori. Si consola con il buon successo delle traduzioni, un altro dei suoi talenti, soprattutto per la Vanoni e Moustaki (suoi i testi italiani di "Lo straniero" e "L’appuntamento”).

Agli inizi degli anni ’70 avviene l’incontro che cambierà la carriera di Lauzi. Entra a far parte della Numero Uno, la scuderia di Mogol e Battisti che scrivono per lui una serie di brani, culminati nella famigerata “Amore caro, amore bello” 45 giri che catapulta il piccolo uomo in cima alle classifiche per tre settimane consecutive e rende riconoscibile al grande pubblico la sua voce vibrata con quel caratteristico filo di ruggine che regala una forte virilità alle interpretazioni. Lauzi, però, non fa mistero di detestare "Amore caro, amore bello". In effetti la canzone è affetta da mogolite allo stadio acuto, la malattia tipica della produzione di Rapetti, che compone versi il più delle volte demenziali che però (San Giovanni Battisti, aiutaci tu!) funzionano e fanno gridare alla poesia. Lauzi non è certo il tipo da sputare nel piatto in cui mangia, ma ha un senso acuto dell’Arte ed è poeta vero egli stesso. Non manca, così, di dedicare un paio di versi all’arsenico a Mogol, che irridono il modo di comporre versi del paroliere.
Le pubbliche relazioni, insomma, non sono il suo forte. Se ne accorgeranno il Piccolo Teatro di Milano, reo di essersi accorto di lui solo quando è finito in hit parade, Ugo Gregoretti, che lo invita al Festival dell’Unità e si sente rispondere: “prima liberate gli artisti sovietici dai gulag!”, persino un incolpevole Federico Fellini che dopo essere stato pregato dal cantautore, gli offre la parte di un ufficiale prussiano in "Casanova", offerta che Lauzi declinerà dandosi malato, perché impegnato in un programma TV. A volte non basta essere nati all’Asmara, per non essere italiani.
Le vendite dei suoi dischi a 33 giri rimangono modeste, ma il successo tornerà a sorridergli col volto dei bambini. Due sue canzoni composte con Pippo Caruso per i più piccoli, "La tartaruga" e "Johnny il Bassotto"(affidata a un perplesso Lino Tofolo), gli regaleranno ancora i primi posti della hit parade a metà anni ’70. Nel frattempo ha conosciuto un giovane avvocato di Asti, che gli sottopone alcuni brani, ponendogli la domanda sbagliata: "Ma tu, vendi dischi?". Lauzi rimane folgorato dalle canzoni, ma fa presente al giovane autore di avere proprio il problema della invendibilità. L’avvocato insiste. Si può immaginare il rendez vous in un caffé di Rocchetta Tanaro, tra odori di coloniali e frittate di cipolle che escono da botteghe in primavera, afa, sonno, nausea e la cassiera di Chinatown, fasciata nel nero della sua lingerie, che con sguardo da caimano chiede: "Le paga Lei signor Buzzanca le caramelle alascane che il signore coi baffi si è messo in tasca?". 

Alla fine il disco si fa. Lauzi canterà “Onda su onda”, poi “Genova per noi” e “Bartali”. Le canzoni vengono cantate dalla gente e osannate dalla critica, ma le vendite del disco sono, come al solito, basse. Per quegli strani meccanismi del mercato, Lauzi sarà il viatico per la carriera internazionale di Paolo Conte, che dopo aver definito il suo scopritore "il migliore ambasciatore della mia musica", non mancherà di riservargli in seguito qualche sprezzante considerazione, fino a fumare con lui il sigaro della pace nel disco "Back to Jazz". Scaramucce tra artisti affini, insomma, ma nulla in confronto ai capricci che angustiarono Lauzi alle prese con le stellette musicali italiane. Da Mia Martini che voleva cambiargli il testo di una delle più belle canzoni sanremesi di sempre “(Almeno tu nell’universo”) a Patty Pravo che rifiutò di collaborare col piccolo uomo “perché l’oroscopo era infausto”.
Fu così, che quando scoprì di essere malato di Parkinson, Lauzi deciderà di scendere a patti con Dio o con Chi per lui: la paziente accettazione della malattia in cambio della possibilità di assestare una pedata sul culo alla Strambelli. Per farla girare davvero, la “Bambola” veneziana!
Gli ultimi anni di Lauzi, dunque, sono flagellati dalle malattie. Affronta il morbo di Parkinson con grande coraggio e la solita autoironia (si dirà contento di poter suonare finalmente le maracas). Si dedica al jazz e alle poesie e affida alle stampe un umorale e pirandelliano romanzo dal titolo “Il caso del pompelmo levigato”. Scopre di avere tra i suoi ammiratori anche Gabriel Garcia Marquez che durante una serata italiana pretende dall’autore di "Ritornerai"  l’autografo. È un testimone eccentrico anche della discesa in campo di Berlusconi per cui ha simpatia umana e affinità politica, ma a cui diagnostica la malattia di Peter Pan di cui è affetta l'Italia: un'eterna adolescenza fatta di gadgets, spille, cartellette, battute e musichette a ritmo di marcetta (orribili, ma pur sempre meglio di bandiera rossa, terrà a precisare), che ci restituiscono un personaggio quasi timburtoniano, impegnato in un gioco dai meccanismi pericolosi per sé e per gli altri.

Continuerà a ritenere “Il poeta” la sua prima e più bella canzone, chiosando a corollario che da allora e per 50 anni non ha fatto che peggiorare. Ovviamente si sbagliava, valga per tutti l'esempio della commovente "L'ufficio in riva al mare", una involontaria risposta all’amico rivale Giorgio Gaber sul fatto che la libertà non è partecipazione. Oltre a pubblicare diversi libri di poesie e la propria imperdibile biografia in controcanto, si impegna come testimonial per i malati di Parkinson e a Mr Parkinson dedica anche dei combattivi versi. A fine 2005 si ammala di cancro. Continuerà ad esibirsi dove la gente lo chiama, senza appoggiarsi a case discografiche o impresari. Ormai malato terminale, dopo 26 anni di burrasche, arriva anche la pace con il Club Tenco, che gli dedica l’edizione del 2006. Morirà un mese prima di poter ritirare il premio che porta il nome dell’amico, chiudendo così una carriera che con lo stesso nome era iniziata. Immagino che da qualche parte Qualcuno avrà acceso il juke box e messo quel disco al ritmo di bolero (almeno Tu, Autore, potevi comprarlo, che diamine!). TV Sorrisi e Canzoni, che negli anni ’80 lo fece arrabbiare non includendolo tra i primi 100 cantanti italiani, esce alla sua morte con una tripla raccolta. I curatori non ebbero il coraggio di intitolarla, come sarebbe sicuramente piaciuto a Lauzi, “I miei grandi insuccessi”, e virarono su un più neutro “Le mie canzoni”. Sicuramente, nella generale incomprensione con cui è stato accolto dal suo paese,  Lauzi ha lasciato più crediti che debiti, ma per uno che ha considerato sempre la vita come una lunga villeggiatura, non deve essere stato importante sapere se questa vacanza è stata vinta o pagata fino all’ultimo centesimo. È stato importante viverla. Tanto più se si ha avuto il talento (che è di pochissimi) di trasformare l'effimero in arte. Così, convinto come era che anche il cantautorato sarebbe stato destinato a scomparire dalla memoria, non starò qui a parlare di eredità, ma voglio augurarmi che i pazienti lettori di questi pixel possano stringersi come congiurati nel preciso dovere di portare a termine almeno una missione riparatoria. Affinché l'oblio non cada prima che Dio o Chi per lui rispetti per interposta persona l’accordo stretto col piccolo uomo, proponendo prima o poi alla portata del nostro piede vendicatore le terga di Patty Pravo.

Sono debitore ad un articolo di Michele Agresta per la riscoperta e l'approfondimento di Bruno Lauzi. Grazie.
Tutte le foto sono tratte dal sito www.brunolauzi.it


Fonti, rimandi, fanatismi ed ispirazioni:
La pagine di wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Lauzi
Il sito ufficiale: http://www.brunolauzi.it/
Tanto domani mi sveglio. Autobiografia in controcanto di Bruno Lauzi Ed. Gammarò Editore
Il caso del pompelmo levigato di Bruno Lauzi Ed. Bompiani

sabato 21 gennaio 2012

C'era una volta il west di Ken Parker

Quando un fumetto con la pistola incontra un fumetto con un lungo fucile non stiamo per entrare in un cinema che ripropone un vecchio film di Sergio Leone, ma nella storia delle strisce italiane. È il 1977 quando nelle edicole appare un nuovo personaggio di casa Bonelli. Si chiama Ken Parker ed è un biondo e barbuto scout dell’esercito, sceneggiato da Giancarlo Berardi e disegnato da Ivo Milazzo. Si presenta ai suoi lettori armato di un vecchio fucile Kentucky ad un solo colpo che giustifica così: “Io caccio animali, non uomini. E poi, un colpo preciso, a volte, vale di più di una mitraglia”. Per questa sua arma fuori moda, ma precisissima, gli indiani lo soprannomineranno Lungo fucile.

L’impresa a cui si accingeva Ken Parker era quasi disperata. Nella seconda metà degli anni ’70  il western sembrava aver ormai detto tutto di sé: le diligenze avevano attraversato con sempre meno emozioni i territori indiani, i vecchietti avevano riso sdentati di fronte a decine di duelli, i sognatori che progettavano il futuro davanti al fuoco del bivacco erano stati regolarmente colpiti da una freccia Apache e il Settimo Cavalleggeri era arrivato regolarmente all'ultimo istante per salvare donne e bambini dai musi rossi. Poi, stanchi come dopo una lunga cavalcata nei deserti polverosi ed assetati di novità e conquiste, erano arrivati nei territori dell’ovest i pistoleri senza nome, Henry Fonda cattivissimo, Gianmaria Volontè strafatto, Mario Brega con la barba unta, il Settimo Cavalleggeri che massacrava donne e bambini tra i nativi americani e se qualcuno incontra Sartana gli dica che persino John Wayne può essere preso a pistolettate da un cancro.
Così, consunto ed afasico, era il far west quando Ken Parker posava gli zoccoli del suo cavallo tra gli scaffali delle edicole. Come se non bastasse, da quelle parti cavalcava già da trenta anni il monolitico Tex Willer, sollevando nuvole di polvere, imprecando con fantasia di inesauribile urbanità, divorando tonnellate di bistecche e patatine fritte e, soprattutto, senza sbagliare mai un colpo. Tra i suoi lettori e quelli (potenziali) di Ken Parker  scattò subito un superficiale ed esiziale paragone. I due condividevano lo stesso formato, la stessa casa editrice e la stessa ambientazione. Fu facile ipotizzare che il nuovo arrivato fosse una specie di fotocopia del blasonato pard di Galleppini. Le affinità, che contribuiranno a costringere Ken Parker in una riserva di affezionatissimi fan, finiscono lì. Se è innegabile che i primi vagiti di Ken Parker siano piuttosto convenzionali, non si possono disconoscere sin da subito delle sostanziali originalità.
Le copertine in acquarello di Milazzo, ad esempio, ora languide, ora epiche, si distendono ad occupare anche il dorso e la quarta di copertina degli albi, mentre i territori di caccia preferiti da Ken Parker sono quelli freddi del Montana e del Wyoming. Nel breve volgere di qualche numero, poi, Berardi e Milazzo si sganciano da ogni elemento di banalità, cedendo soltanto alla richiesta di Bonelli che pretendeva un protagonista sbarbato. Scompaiono, ad esempio, le tradizionali didascalie di raccordo fra le scene, rendendo la narrazione più dinamica e cinematografica. Milazzo riproduce nelle sue chine alcuni movimenti di macchina come la carrellata ad ingrandire o il rallentatore, mentre il raccordo di vignette che si alternano per contrasto o rimando simulano gli effetti che nel cinema sono riservati al montaggio.

Oltre ai ferri del mestiere, però, sono soprattutto le tematiche con cui Ken Parker si misura nelle sue avventure a rivelarsi innovative per il genere. I suoi rapporti con le popolazioni che abitavano l’America precolombiana, ad esempio, spaziano dalle tribù di pellerossa agli inuit dell’Alaska. A tutti si accosta con curiosità e rispetto da antropologo. E se è evidente che gli autori abbracciano la causa degli indiani d’America, condannando il genocidio su cui si è costruito il mito della conquista, è ammirevole l’onestà di rappresentare anche gli aspetti più crudeli e spietati dei pellerossa, rifuggendo qualsiasi tentazione mitizzante. Questo scarto dalle situazioni tipiche del lontano ovest diventa divertito metafumetto nell'albo "Uomini, bestie ed eroi" in cui Ken Parker si trova nel saloon "Heroe’s rest" ("Il riposo dell’eroe") in cerca di cow boys da ingaggiare per condurre una mandria. Lungo fucile incontrerà i propri autori che gli mostreranno i personaggi a fumetti che lo hanno preceduto: dal capostipite Kit Carson al coreografico Pecos Bill (“se lo mettete di scorta a una mandria, come minimo ve ne schiatta la metà dalle risate”), passando per Zagor in versione modello Dolce & Gabbana ante litteram, l'improbabile Piccolo Sceriffo, Cocco Bill e, ovviamente, Tex Willer e i suoi pard che si producono in una scazzottata epica col gestore del saloon, mentre il Berardi fumetto sconsiglia l’ingaggio di quei quattro perché “ogni mese hanno da sbrigare un milione di faccende”.

La critica si accorge del fenomeno Ken Parker e da più parti grida al miracolo. Anche il pubblico, se pur non numerosissimo, è conquistato dal personaggio e dal suo west dalle coloriture colte, ma popolari. In una intervista Berardi rivendica questa implicita attitudine pop: “Quel tipo di scelta che sta a monte di Ken Parker è il fatto di rendere il discorso comprensibile alla maggior parte del pubblico - è un'idea populista se vogliamo - ma nello stesso tempo contrabbandare gli stessi contenuti che possono esserci nelle riviste di fumetti d’autore. Non è necessario rendere una storia incomprensibile per dire cose importanti. Questo è il punto".
Nella sua evoluzione di personaggio Ken svolgerà decine di mestieri e si immergerà nel fiume dell'umanità più varia, ma per la sua formazione risulterà fondamentale l’incontro con la cultura che diventa, assieme alla natura, l'unica vera garanzia di libertà. Se in uno dei primi numeri ammette di sapere leggere e scrivere a stento, nel corso della serie si innamorerà dei libri. Leggerà Marx e verrà posto da Milazzo a capo di una memorabile copertina che riprende il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, sarà avido lettore di Poe, Di Whitman, di Shakespeare, leggerà i quotidiani e diventerà scrittore.

Chi ha amato Ken Parker avrà notato in lui una pacata disperazione, una concezione dolente della vita, in cui la sua onestà, le sue regole morali, la sua curiosità intellettuale e l’invincibile fede nell’Uomo ne fanno un isolato. L'universo western che ha annullato gli spazi tra vincitori e vinti, non gli concede cittadinanza né appartenenza piena a nessuna delle due categorie. Questa alterità, però, ne esalta le caratteristiche soprattutto in quelle avventure in cui Ken incontra personaggi solitamente posti ai margini o come fondali nelle storie dello schema classico del fumetto western: la natura estrema, gli animali, le prostitute, i vecchi, gli adolescenti, i guitti, gli omosessuali. Non mancheranno numeri in cui Ken sparirà dalla scena per lasciare a loro e allo loro verità umana il posto da protagonista. Molte volte conoscerà il fallimento, anche quello dovuto all'età che avanza, ma con quello spirito di contrabbando di cui parla Berardi, Ken Parker porrà interrogativi piuttosto impegnativi al lettore più attento e smaliziato. Sull’uso della violenza, sulle ragioni dei vinti, sulla arbitrarietà della giustizia, sulla tenerezza filiale e genitoriale, sui modi in cui il potere esercita la sua influenza, sulla religione, sulla morte, sul destino degli uomini diventati miti (come nella storia di Wild Bill Hickok, l’invincibile pistolero condannato a doversi misurare contro voglia con suoi emuli avidi di gloria), persino sulla verità storiografica, come quando si ritrova ad ascoltare da decine di protagonisti la storia del Generale Custer a Little Big Horn, ricevendone altrettante versioni dell'uomo e della battaglia e mostrandoci la storia come il solito specchio in frantumi in cui si riflette in innumerevoli schegge aguzze l'immagine di un bimbo dispettoso che ripete la cantilena del così è se vi pare.
Per mantenere l’alta qualità della serie, Berardi e Milazzo furono costretti a non rispettare la cadenza mensile dell’albo e gli ultimi numeri tardarono parecchio prima di apparire nelle edicole. Col numero 59, a metà anni '80, Ken Parker chiuse i battenti e si trasferì su altre riviste, con alterne vicende editoriali e di pubblico, ma senza rinnegare un certo sperimentalismo (alcune sue avventure, addirittura, saranno prive di ballon) e un gusto per la citazione pittorica e cinematografica. L’ultima sua avventura risale ormai a quasi 15 anni fa e vede Ken rinchiuso ingiustamente in prigione. Da dietro le sbarre, però, il nostro eroe aveva già additato la strada del successo ad altri personaggi di qualità della editrice Bonelli (come Dylan Dog o Martin Mystere)

Nonostante questo silenzio i fan da più parti ne reclamano la scarcerazione e invocano la conclusione della serie con modalità canoniche. Non saprei dire se nello spirito che ne ha animato le avventure questa invocata conclusione sia poi così necessaria. Forse il più umano dei personaggi di fantasia potrebbe condividere con gli esseri umani in carne ed ossa anche un destino ingiusto ed aperto a sviluppi che non sapremo. Non è stato lo stesso scout di Berardi e Milazzo ad insegnare ai suoi lettori che l’ingiustizia è una costante dell’esistenza? Cedere ad un congedo così amaro, ribattono in molti, significa accettare la rassegnazione a capo chino e tradire gli ideali di Ken Parker. 
Ma forse si ragiona così solo perché quando pensavamo di esserci messi al sicuro dalle insidie del western e di poter ridere dell’ingenuità di Ombre Rosse, mentre ce ne stavamo tranquilli ad osservare il treno e la ferrovia, mentre i cavalli diventavano vapore e noi posavamo per sempre gli stivaloni e ci scuotevamo la polvere di dosso sull'asfalto, proprio allora sono arrivati Berardi e Milazzo, ci hanno sfilato di nascosto la lastra di piombo da sotto il poncho e hanno detto al loro Ken Parker di imbracciare il suo infallibile Kentucky e mirare. Al cuore, ovviamente.



Grazie a mio papà  cui devo, tra l'altro, Ken Parker.





fonti, rimandi, fanatismi ed ispirazioni:
http://it.wikipedia.org/wiki/Ken_Parker
http://www.ubcfumetti.com/data/berardi.htm
http://www.ubcfumetti.com/data/milazzo.htm
http://www.ubcfumetti.com/kenparker/
http://www.cartonionline.com/personaggi/ken_parker_01.htm
http://chemako-comics.blogspot.com/
http://rbottazzi.altervista.org/aakp.htm
http://www.facebook.com/pages/Ken-Parker/31553722772

martedì 13 dicembre 2011

Forse non tutti sanno che...

“Il divino è senza sforzo” (Eschilo)

Un dialogo d’ascensore tra occasionali compagni d'ascesa: “Mah, da tre giorni piove che il Demiurgo la manda!” “Eh, ma per le campagne questa è una benedizione del Primo Eone”.
Se vi sentite spiazzati è solo perché 1.700 anni fa lo gnosticismo ha perso la sua battaglia col cristianesimo.
La gnosi è una religione ad alta densità filosofica organizzata come una enorme matrjoska soprannaturale che comprende una trentina di dei riuniti nel Pleroma, un Olimpo che parte dal dio Primo (Il primo Eone) e scende giù giù in coppie di Eoni (tra cui anche Cristo e lo Spirito Santo) fino ad arrivare al mondo fisico, corrotto ed oscuro. La realtà che conosciamo è il frutto di una caduta cosmica e l’universo che abitiamo è stato creato da un Demiurgo, un dio vendicativo e malvagio, che viene identificato con lo Yahweh  del Vecchio Testamento. In questo abisso, lo gnostico utilizza la conoscenza come una chiave che lo libera dalle catene che lo tengono legato al mondo e alla natura. Lo gnostico, quindi, opera una netta distinzione tra gli illuminati e il resto degli uomini che non hanno la conoscenza della verità e che, addirittura, adorano il Demiurgo. 
Sebbene sia di tutta evidenza che la gnosi non sia l’argomento più dibattuto davanti alla macchinetta del caffè in ufficio (e a dirla tutta dubito che assicuri successo ai blog che ne trattano), esistono  due libri vendutissimi che per pura casualità sono anche due opere seconde nel campo del romanzo. Si tratta di “A che punto è la notte” di Carlo Fruttero e Franco Lucentini e di “Il pendolo di Foucault” di Umberto Eco. Sono romanzi che pur dimorando all’ombra del libro che li ha preceduti hanno macinato riedizioni e recensioni. 
“A che punto è la notte” esce nel 1979, 7 anni dopo l’enorme successo di “La donna della domenica” , il romanzo che rivelò la ditta dei versatili Fruttero e Lucentini. Il libro racconta, nelle forme classiche del giallo, della Torino di fine anni '70 in cui si consumano tre omicidi. Il primo è quello di un prete non convenzionale che dopo aver declinato in modi e forme bizzarre le conclusioni del Concilio Vaticano II, ripiega sul misticismo gnostico e si lancia in prediche apocalittiche dall’alto di una torre allusiva e misticheggiante, in una chiesa in penombra, rischiarata solo dal fuoco della Conoscenza e dal lampo dell'esplosione di un cero che il sacerdote tiene in mano durante una delle sue teatrali performance oratorie.
Il secondo omicidio è quello di un carabiniere sotto copertura che prima di essere ucciso a bordo della propria auto ha il tempo di lasciare scritto sul cristallo appannato del parabrezza un messaggio riconducibile allo gnosticismo. Del terzo omicidio non dirò, per non gustare la sorpresa ad eventuali lettori.
Ad indagare sull’intricatissima storia è chiamato il commissario Santamaria che è la figura cardine sui cui si imposta la visione letteraria e di genere di Fruttero e Lucentini. Quello che piace, infatti, al di là della trama avvincente e delle soluzioni stilistiche, è che in questo romanzo la gnosi è in opposizione al giallo e il detective si trova al polo opposto dell’iniziato. Santamaria, infatti, come tutti gli investigatori, deve spingersi a scoprire le leggi che regolano il ritmo del mondo e a ridare loro un ordine che ci riconcili con il concetto di giustizia e di bene. Il nostro commissario  procede nell’indagine in maniera bonaria, umanissima, autoironica. Usa il disincanto come una mistica e fa balenare i bagliori di un’intelligenza dimessa e rassegnata all’assurdo, ma comunque capace di rischiarare il mondo, anche solo quello di una grande città del nord Italia e di alcuni suoi abitanti.
La soluzione dell’enigma avverrà grazie ad un impiegato di una casa editrice (la penna di F&L si affila in pagine memorabili anche sul mondo editoriale e su certi cliché culturali), ad uno dei primi calcolatori e alla decifrazione del messaggio del povero carabiniere. E sarà un finale tutt’altro che mistico, perché andrà a toccare il totem del boom economico ed industriale italiano. O forse mi sbaglio e la gnosi, vista come sistema di potere esclusivo ed elitario, è anche metafora del sistema industriale italiano. In fondo anche dio  (demiurgo pasticcione o signore degli eserciti che sia) per creare il mondo ha avuto bisogno di dire FIAT.

Le ultime delle oltre 600 pagine di “A che punto è la notte” sono affidate all’Eterno presunto in persona e ribadiscono il tratto caratteristico di Fruttero e Lucentini: quell’amabile fermarsi sulla soglia delle grandi questioni (Dio, l’Amore, il Bene, il Male) per poi aprire la porta con una chiave a caso, vivendo sempre come se si vivesse tra parentesi, con l’affettuosa e bonaria ironia che è distintiva di chi ama i generi popolari. 
Di fronte al plotone d'esecuzione comandato dal dubbio, insomma, i nostri autori rifiutano la benda, fissano negli occhi i fucilieri e li incantano con il vecchio trucco del racconto.
Dalla parte opposta, armato di proiettili di scetticismo a grande calibro, potrebbe stare Umberto Eco con il suo “Il Pendolo di Foucault”, un romanzo del 1988 che segue l’enorme successo di “Il nome della rosa”. La storia si dipana per oltre 700 pagine ed è ambientata tra il Piemonte, il Brasile e Milano. Protagonisti sono tre redattori milanesi contemporanei agli anni di uscita del romanzo, persi tra dandismo e fascinazioni esoteriche. I tre, con l’aiuto di uno dei primi personal computer e a partire da un documento criptico,  giocano a  riscrivere a tavolino la storia del mondo, come la riscriverebbe un seguace dell’ermetismo e dello gnosticismo. Il loro divertimento finirà per essere preso rovinosamente sul serio, fino ad un tragico finale. 

Facendo confliggere illuminismi e tradizioni Eco imbastisce una fiera della spiritualità occulta in cui si gratta fino il fondo del barile gnostico: catari, templari, riti animisti, homuncoli, Aleister Crowley, Madam Blavatsky e la Compagnia di Gesù in un delirante girotondo enciclopedico. La tesi da dimostrare è comunque una sola:  la vera empietà è quella che si commette ai danni della ragione. All’abituale vertigine affabulatoria convergono miti, citazioni, rimandi (tra cui anche un rapidissimo accenno al giallo di Fruttero e Lucentini), mentre si affollano le descrizioni degli iniziati ai segreti ermetici con le loro intese cifrate, le lotte furibonde per risibili questioni, i loro gadgets lessicali, il loro incedere superbo per la strada che conduce dalla poesia alla cronaca nera, dall’esoterismo ai servizi segreti (ovviamente a quelli deviati).


"Il pendolo" è evidentemente un pamphlet scagliato da un abile pilota a folle velocità contro lo spirito iniziatico. Contiene  alcune tesi condivisibili, come quella che lega lo gnosticismo al complottismo, ma in più parti  risulta urticante, per l’assenza di leggerezza e per le rasoiate di Occam inferte a tradimento anche alla ricerca più seria, visto che per tutto il romanzo gli iniziati non sono altro che dei ribaldi e il loro entusiasmo è ottusità. L’irritazione continua almeno fin quando non ci si accorge che la storia narrata nel Pendolo di Foucault si è poi avverata con il romanzo di Dan Brown “Il codice da Vinci”,  un best sellers che riprendeva una improbabilissima tradizione gnostica, sostenuta da indizi risibili e infarcita di suggestioni rinascimentali, che ha rischiato davvero di riscrivere la storia, costringendo la Chiesa cattolica a doversi difendere pubblicamente dallo sgomento dei suoi stessi fedeli.
Curiosamente "Il pendolo di Foucault" termina come una storiellina zen, la disciplina buddhista più vicina allo gnosticismo che io conosca. 
Il profitto più grande, comunque, che si può trarre dal "Pendolo.." è l’allerta nei confronti dell’interpretazione infinita in cui indulgono spesso i saperi ermetici, quella che, ad esempio, potrebbe portare a pensare che due opere seconde che parlano di gnosi per oltre 1.300 pagine debbano essere sotterraneamente collegate fra loro per rivelare solo ad una stretta cerchia la cifra di saperi solennemente occultati. Magari evidenziando che gli anni che separano "A che punto è la notte" da "Il pendolo di Foucault" sono 9, numero caro ad Ermete Trismegisto, che entrambi i romanzi si sviluppano a partire da messaggi che sembrano gnostici, ma si rivelano per qualcosa di molto più banale o che in tutte e due le trame parte importante hanno le luciferine intelligenze artificiali e la consorteria delle case editrici. Si potrebbe aggiungere, poi, che l’anagramma (arte affiliata alla sapienza ebraica della cabala) dei cognomi degli autori è “Furente in iter occulto” e che i luoghi piemontesi descritti nei libri sono stati sotto l'influenza della stirpe regale dei Merovingi, la discendenza gnostica di Gesù e la Maddalena. Potremmo essere quindi spinti a domandarci: sono solo coincidenze?
Preparatevi, perché se lo sanno quelli di Voyager risponderanno, ovviamente, di no e ci ricorderanno di pagare il canone RAI per raccontarcelo, come se non vi avessi avvertito.


Fonti, rimandi, ispirazioni e fanatismi:

A che punto è la notte di Carlo Fruttero e Franco Lucentini ed. Mondadori
Il Pendolo di Foucault di Umberto Eco ed. Bompiani

.