sabato 24 marzo 2012

Bruno Lauzi: la libertà è un ufficio in riva al mare

"Secoli di pregiudizi della borghesia nei confronti degli artisti hanno portato gli artisti ad avere pregiudizi nei confronti della borghesia. D’altra parte, dareste vostra figlia a un chitarrista?” (B.L.)

Bruno Lauzi aveva quella faccia un po’ così e quell’espressione un po’ così di chi ha visto Genova dopo essere nato all’Asmara. Che dovesse prendere le cose della sua vita alla lontana, quindi, era scritto. E lo stesso bizzarro Autore che si è assunto l'incarico di scriverne l'esistenza, si deve essere divertito a racchiudere nella fisicità di questo buffo piccolo uomo riccioluto le più impensabili moltitudini d’artista: il cantautore, il poeta, il raccoglitore di funghi, il cabarettista, il cantante, lo scrittore, il traduttore, il politico, il viticultore, l’appassionato di cinema e fumetti. Il divo no. Il famoso, nemmeno, se è vero che si divertiva ad elencare tutte le persone (preferibilmente con la Z nel nome) per cui era stato scambiato nelle sale d'attesa d'aeroporto: Ezio Luzzi, Lino Toffolo, Lando Buzzanca, Umberto Tozzi, Giorgio Albertazzi, Pino Rauti, una volta persino per “uno che assomiglia a Bruno Lauzi.”

L’occasionale interlocutore non poteva commettere errore più rivelatore. Lauzi nel panorama musicale italiano non assomigliava che a sé stesso. A partire dalla sua collocazione politica non di sinistra, per finire con l’ostinato voltafaccia che gli ha riservato il successo commerciale. Sempre mantenendo il buon gusto e il buon senso di non attribuire alla sua appartenenza politica liberale l’infelice esito delle canzoni in classifica e senza fare grandi proclami in nome della coerenza, la più noiosa e meno artistica delle virtù. Così, ad oggi, le canzoni che Lauzi ha scritto sono famose  per le interpretazioni di altri cantanti  e quelle che ha interpretato sono molto più conosciute nelle versione dei propri autori (Conte e Battisti su tutti).


E nonostante questa costante invendibilità, che sarebbe risultata letale per molti artisti, Lauzi non ha mai perso il favore del pubblico e la conseguente consapevolezza di essere un privilegiato. Amava dire che per lui la vita si era trasformata in una vacanza ed in vacanza è impossibile prendersi troppo sul serio. Per questo, quindi, ha vissuto con divertimento i fasti e i fiaschi della sua carriera, ma non si è fatto mancare di additare all’Italia sempre sospesa tra il pettegolezzo e l’agiografia, le miserie di impresari, discografici e noti colleghi (per alcuni, necessariamente, anche dopo la morte, quando la santificazione diventa obbligatoria), i capricci insopportabili delle dive nostrane e l’ottusità dei dirigenti della RAI. Da qui la sua fama di tipico genovese: mugugnatore di professione, rompicoglioni, polemico, imprevedibile e, in fondo, irresistibilmente simpatico.

La carriera artistica di Lauzi comincia con un compagno di banco di nome Luigi Tenco. Insieme cantano e ballano le note dei film musicali americani e insieme suonano il jazz sulla terrazza di casa Lauzi. Insieme sono tra i fondatori della scuola genovese, ma guai a dirlo a Lauzi che sull’argomento  era solito rispondere che le scuole prevedono maestri ed allievi, mentre lui, Tenco, Bindi e Paoli erano tutti sullo stesso piano. In quell’ambiente compone la sua prima vera canzone, una gemma che è anche il brano manifesto della scuola genovese: "Il poeta", in cui il protagonista si uccide per amore. Posto di fronte al dilemma di cedere alla censura, tagliando il verso del suicidio, o di non passare in radio, Lauzi sceglie la via che gli impone l'Arte. La canzone rimarrà ignota ai più, almeno finquando non la riprende Gino Paoli. Simile dilemma, su ben altro piano, gli riproporrà l’amico Tenco a distanza di pochi anni, sparandosi a Sanremo un colpo di rivoltella. Un gesto lacerante, che Lauzi non accetterà mai, combattendo anche tutti i tentativi di celebrare l’eroe Tenco vittima del sistema (e i cannoneggiamenti lauziani non risparmieranno neanche la pur splendida "Preghiera in gennaio" di De André).

Sempre agli inizi degli anni ’60 si trova ad ascoltare un disco d'importazione con musiche tratte dal Carnevale di Rio. Incuriosito da alcune espressioni che gli ricordano il dialetto genovese, Lauzi compone a ritmo di samba “O frigideiro”, una canzone finto carioca che celebra in dialetto genovese l'oggetto del desiderio delle famiglie italiane dell'epoca: il frigorifero. Con un ghigno brasileiro era nata la canzone etnica italiana e “O frigideiro” indicherà a molti autori la giusta strada (o, se preferite, la giusta “creuza de ma”.) “O frigideiro” schiude a Lauzi le porte del cabaret, dove dimostra le sue doti di grande intrattenitore prima al Derby e poi al Cab64, locale in cui stringe sodalizio con Cochi e Renato, Jannacci  e Lino Toffolo.  Ma nel 1963 una sua canzone, composta in pochi minuti ispirandosi a un bolero, il ritmo che più si addice ai cicli, comincia ad essere cantata con successo. E' "Ritornerai", che alla fine di quell’estate risulta la canzone più suonata nei Juke box italiani. Quasi tutti, però, ne ignorano l’autore che è impegnato col servizio militare. Quando sull’onda della curiosità potrà interpretarla in televisione, le vendite del 45 giri si arresteranno di colpo, episodio che il cantautore commenterà con la solita grande autoironia. Il decennio proseguirà con una infelice presenza a Sanremo, dove porterà un valzer in piena era beat, e una serie di brani d'autore che non fanno breccia nel pubblico. Nel '68 celebra la propria rivoluzione: si sposa con Giovanna che sarà la sua compagna di tutta la vita. La carriera di Lauzi, tuttavia, è ferma alla vendita di poche decine di migliaia di dischi in anni in cui bastava avere un cuore che ti amava tanto o baciare come un rock per arrivare a risultati di mercato dieci volte superiori. Si consola con il buon successo delle traduzioni, un altro dei suoi talenti, soprattutto per la Vanoni e Moustaki (suoi i testi italiani di "Lo straniero" e "L’appuntamento”).

Agli inizi degli anni ’70 avviene l’incontro che cambierà la carriera di Lauzi. Entra a far parte della Numero Uno, la scuderia di Mogol e Battisti che scrivono per lui una serie di brani, culminati nella famigerata “Amore caro, amore bello” 45 giri che catapulta il piccolo uomo in cima alle classifiche per tre settimane consecutive e rende riconoscibile al grande pubblico la sua voce vibrata con quel caratteristico filo di ruggine che regala una forte virilità alle interpretazioni. Lauzi, però, non fa mistero di detestare "Amore caro, amore bello". In effetti la canzone è affetta da mogolite allo stadio acuto, la malattia tipica della produzione di Rapetti, che compone versi il più delle volte demenziali che però (San Giovanni Battisti, aiutaci tu!) funzionano e fanno gridare alla poesia. Lauzi non è certo il tipo da sputare nel piatto in cui mangia, ma ha un senso acuto dell’Arte ed è poeta vero egli stesso. Non manca, così, di dedicare un paio di versi all’arsenico a Mogol, che irridono il modo di comporre versi del paroliere.
Le pubbliche relazioni, insomma, non sono il suo forte. Se ne accorgeranno il Piccolo Teatro di Milano, reo di essersi accorto di lui solo quando è finito in hit parade, Ugo Gregoretti, che lo invita al Festival dell’Unità e si sente rispondere: “prima liberate gli artisti sovietici dai gulag!”, persino un incolpevole Federico Fellini che dopo essere stato pregato dal cantautore, gli offre la parte di un ufficiale prussiano in "Casanova", offerta che Lauzi declinerà dandosi malato, perché impegnato in un programma TV. A volte non basta essere nati all’Asmara, per non essere italiani.
Le vendite dei suoi dischi a 33 giri rimangono modeste, ma il successo tornerà a sorridergli col volto dei bambini. Due sue canzoni composte con Pippo Caruso per i più piccoli, "La tartaruga" e "Johnny il Bassotto"(affidata a un perplesso Lino Tofolo), gli regaleranno ancora i primi posti della hit parade a metà anni ’70. Nel frattempo ha conosciuto un giovane avvocato di Asti, che gli sottopone alcuni brani, ponendogli la domanda sbagliata: "Ma tu, vendi dischi?". Lauzi rimane folgorato dalle canzoni, ma fa presente al giovane autore di avere proprio il problema della invendibilità. L’avvocato insiste. Si può immaginare il rendez vous in un caffé di Rocchetta Tanaro, tra odori di coloniali e frittate di cipolle che escono da botteghe in primavera, afa, sonno, nausea e la cassiera di Chinatown, fasciata nel nero della sua lingerie, che con sguardo da caimano chiede: "Le paga Lei signor Buzzanca le caramelle alascane che il signore coi baffi si è messo in tasca?". 

Alla fine il disco si fa. Lauzi canterà “Onda su onda”, poi “Genova per noi” e “Bartali”. Le canzoni vengono cantate dalla gente e osannate dalla critica, ma le vendite del disco sono, come al solito, basse. Per quegli strani meccanismi del mercato, Lauzi sarà il viatico per la carriera internazionale di Paolo Conte, che dopo aver definito il suo scopritore "il migliore ambasciatore della mia musica", non mancherà di riservargli in seguito qualche sprezzante considerazione, fino a fumare con lui il sigaro della pace nel disco "Back to Jazz". Scaramucce tra artisti affini, insomma, ma nulla in confronto ai capricci che angustiarono Lauzi alle prese con le stellette musicali italiane. Da Mia Martini che voleva cambiargli il testo di una delle più belle canzoni sanremesi di sempre “(Almeno tu nell’universo”) a Patty Pravo che rifiutò di collaborare col piccolo uomo “perché l’oroscopo era infausto”.
Fu così, che quando scoprì di essere malato di Parkinson, Lauzi deciderà di scendere a patti con Dio o con Chi per lui: la paziente accettazione della malattia in cambio della possibilità di assestare una pedata sul culo alla Strambelli. Per farla girare davvero, la “Bambola” veneziana!
Gli ultimi anni di Lauzi, dunque, sono flagellati dalle malattie. Affronta il morbo di Parkinson con grande coraggio e la solita autoironia (si dirà contento di poter suonare finalmente le maracas). Si dedica al jazz e alle poesie e affida alle stampe un umorale e pirandelliano romanzo dal titolo “Il caso del pompelmo levigato”. Scopre di avere tra i suoi ammiratori anche Gabriel Garcia Marquez che durante una serata italiana pretende dall’autore di "Ritornerai"  l’autografo. È un testimone eccentrico anche della discesa in campo di Berlusconi per cui ha simpatia umana e affinità politica, ma a cui diagnostica la malattia di Peter Pan di cui è affetta l'Italia: un'eterna adolescenza fatta di gadgets, spille, cartellette, battute e musichette a ritmo di marcetta (orribili, ma pur sempre meglio di bandiera rossa, terrà a precisare), che ci restituiscono un personaggio quasi timburtoniano, impegnato in un gioco dai meccanismi pericolosi per sé e per gli altri.

Continuerà a ritenere “Il poeta” la sua prima e più bella canzone, chiosando a corollario che da allora e per 50 anni non ha fatto che peggiorare. Ovviamente si sbagliava, valga per tutti l'esempio della commovente "L'ufficio in riva al mare", una involontaria risposta all’amico rivale Giorgio Gaber sul fatto che la libertà non è partecipazione. Oltre a pubblicare diversi libri di poesie e la propria imperdibile biografia in controcanto, si impegna come testimonial per i malati di Parkinson e a Mr Parkinson dedica anche dei combattivi versi. A fine 2005 si ammala di cancro. Continuerà ad esibirsi dove la gente lo chiama, senza appoggiarsi a case discografiche o impresari. Ormai malato terminale, dopo 26 anni di burrasche, arriva anche la pace con il Club Tenco, che gli dedica l’edizione del 2006. Morirà un mese prima di poter ritirare il premio che porta il nome dell’amico, chiudendo così una carriera che con lo stesso nome era iniziata. Immagino che da qualche parte Qualcuno avrà acceso il juke box e messo quel disco al ritmo di bolero (almeno Tu, Autore, potevi comprarlo, che diamine!). TV Sorrisi e Canzoni, che negli anni ’80 lo fece arrabbiare non includendolo tra i primi 100 cantanti italiani, esce alla sua morte con una tripla raccolta. I curatori non ebbero il coraggio di intitolarla, come sarebbe sicuramente piaciuto a Lauzi, “I miei grandi insuccessi”, e virarono su un più neutro “Le mie canzoni”. Sicuramente, nella generale incomprensione con cui è stato accolto dal suo paese,  Lauzi ha lasciato più crediti che debiti, ma per uno che ha considerato sempre la vita come una lunga villeggiatura, non deve essere stato importante sapere se questa vacanza è stata vinta o pagata fino all’ultimo centesimo. È stato importante viverla. Tanto più se si ha avuto il talento (che è di pochissimi) di trasformare l'effimero in arte. Così, convinto come era che anche il cantautorato sarebbe stato destinato a scomparire dalla memoria, non starò qui a parlare di eredità, ma voglio augurarmi che i pazienti lettori di questi pixel possano stringersi come congiurati nel preciso dovere di portare a termine almeno una missione riparatoria. Affinché l'oblio non cada prima che Dio o Chi per lui rispetti per interposta persona l’accordo stretto col piccolo uomo, proponendo prima o poi alla portata del nostro piede vendicatore le terga di Patty Pravo.

Sono debitore ad un articolo di Michele Agresta per la riscoperta e l'approfondimento di Bruno Lauzi. Grazie.
Tutte le foto sono tratte dal sito www.brunolauzi.it


Fonti, rimandi, fanatismi ed ispirazioni:
La pagine di wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Lauzi
Il sito ufficiale: http://www.brunolauzi.it/
Tanto domani mi sveglio. Autobiografia in controcanto di Bruno Lauzi Ed. Gammarò Editore
Il caso del pompelmo levigato di Bruno Lauzi Ed. Bompiani

sabato 21 gennaio 2012

C'era una volta il west di Ken Parker

Quando un fumetto con la pistola incontra un fumetto con un lungo fucile non stiamo per entrare in un cinema che ripropone un vecchio film di Sergio Leone, ma nella storia delle strisce italiane. È il 1977 quando nelle edicole appare un nuovo personaggio di casa Bonelli. Si chiama Ken Parker ed è un biondo e barbuto scout dell’esercito, sceneggiato da Giancarlo Berardi e disegnato da Ivo Milazzo. Si presenta ai suoi lettori armato di un vecchio fucile Kentucky ad un solo colpo che giustifica così: “Io caccio animali, non uomini. E poi, un colpo preciso, a volte, vale di più di una mitraglia”. Per questa sua arma fuori moda, ma precisissima, gli indiani lo soprannomineranno Lungo fucile.

L’impresa a cui si accingeva Ken Parker era quasi disperata. Nella seconda metà degli anni ’70  il western sembrava aver ormai detto tutto di sé: le diligenze avevano attraversato con sempre meno emozioni i territori indiani, i vecchietti avevano riso sdentati di fronte a decine di duelli, i sognatori che progettavano il futuro davanti al fuoco del bivacco erano stati regolarmente colpiti da una freccia Apache e il Settimo Cavalleggeri era arrivato regolarmente all'ultimo istante per salvare donne e bambini dai musi rossi. Poi, stanchi come dopo una lunga cavalcata nei deserti polverosi ed assetati di novità e conquiste, erano arrivati nei territori dell’ovest i pistoleri senza nome, Henry Fonda cattivissimo, Gianmaria Volontè strafatto, Mario Brega con la barba unta, il Settimo Cavalleggeri che massacrava donne e bambini tra i nativi americani e se qualcuno incontra Sartana gli dica che persino John Wayne può essere preso a pistolettate da un cancro.
Così, consunto ed afasico, era il far west quando Ken Parker posava gli zoccoli del suo cavallo tra gli scaffali delle edicole. Come se non bastasse, da quelle parti cavalcava già da trenta anni il monolitico Tex Willer, sollevando nuvole di polvere, imprecando con fantasia di inesauribile urbanità, divorando tonnellate di bistecche e patatine fritte e, soprattutto, senza sbagliare mai un colpo. Tra i suoi lettori e quelli (potenziali) di Ken Parker  scattò subito un superficiale ed esiziale paragone. I due condividevano lo stesso formato, la stessa casa editrice e la stessa ambientazione. Fu facile ipotizzare che il nuovo arrivato fosse una specie di fotocopia del blasonato pard di Galleppini. Le affinità, che contribuiranno a costringere Ken Parker in una riserva di affezionatissimi fan, finiscono lì. Se è innegabile che i primi vagiti di Ken Parker siano piuttosto convenzionali, non si possono disconoscere sin da subito delle sostanziali originalità.
Le copertine in acquarello di Milazzo, ad esempio, ora languide, ora epiche, si distendono ad occupare anche il dorso e la quarta di copertina degli albi, mentre i territori di caccia preferiti da Ken Parker sono quelli freddi del Montana e del Wyoming. Nel breve volgere di qualche numero, poi, Berardi e Milazzo si sganciano da ogni elemento di banalità, cedendo soltanto alla richiesta di Bonelli che pretendeva un protagonista sbarbato. Scompaiono, ad esempio, le tradizionali didascalie di raccordo fra le scene, rendendo la narrazione più dinamica e cinematografica. Milazzo riproduce nelle sue chine alcuni movimenti di macchina come la carrellata ad ingrandire o il rallentatore, mentre il raccordo di vignette che si alternano per contrasto o rimando simulano gli effetti che nel cinema sono riservati al montaggio.

Oltre ai ferri del mestiere, però, sono soprattutto le tematiche con cui Ken Parker si misura nelle sue avventure a rivelarsi innovative per il genere. I suoi rapporti con le popolazioni che abitavano l’America precolombiana, ad esempio, spaziano dalle tribù di pellerossa agli inuit dell’Alaska. A tutti si accosta con curiosità e rispetto da antropologo. E se è evidente che gli autori abbracciano la causa degli indiani d’America, condannando il genocidio su cui si è costruito il mito della conquista, è ammirevole l’onestà di rappresentare anche gli aspetti più crudeli e spietati dei pellerossa, rifuggendo qualsiasi tentazione mitizzante. Questo scarto dalle situazioni tipiche del lontano ovest diventa divertito metafumetto nell'albo "Uomini, bestie ed eroi" in cui Ken Parker si trova nel saloon "Heroe’s rest" ("Il riposo dell’eroe") in cerca di cow boys da ingaggiare per condurre una mandria. Lungo fucile incontrerà i propri autori che gli mostreranno i personaggi a fumetti che lo hanno preceduto: dal capostipite Kit Carson al coreografico Pecos Bill (“se lo mettete di scorta a una mandria, come minimo ve ne schiatta la metà dalle risate”), passando per Zagor in versione modello Dolce & Gabbana ante litteram, l'improbabile Piccolo Sceriffo, Cocco Bill e, ovviamente, Tex Willer e i suoi pard che si producono in una scazzottata epica col gestore del saloon, mentre il Berardi fumetto sconsiglia l’ingaggio di quei quattro perché “ogni mese hanno da sbrigare un milione di faccende”.

La critica si accorge del fenomeno Ken Parker e da più parti grida al miracolo. Anche il pubblico, se pur non numerosissimo, è conquistato dal personaggio e dal suo west dalle coloriture colte, ma popolari. In una intervista Berardi rivendica questa implicita attitudine pop: “Quel tipo di scelta che sta a monte di Ken Parker è il fatto di rendere il discorso comprensibile alla maggior parte del pubblico - è un'idea populista se vogliamo - ma nello stesso tempo contrabbandare gli stessi contenuti che possono esserci nelle riviste di fumetti d’autore. Non è necessario rendere una storia incomprensibile per dire cose importanti. Questo è il punto".
Nella sua evoluzione di personaggio Ken svolgerà decine di mestieri e si immergerà nel fiume dell'umanità più varia, ma per la sua formazione risulterà fondamentale l’incontro con la cultura che diventa, assieme alla natura, l'unica vera garanzia di libertà. Se in uno dei primi numeri ammette di sapere leggere e scrivere a stento, nel corso della serie si innamorerà dei libri. Leggerà Marx e verrà posto da Milazzo a capo di una memorabile copertina che riprende il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, sarà avido lettore di Poe, Di Whitman, di Shakespeare, leggerà i quotidiani e diventerà scrittore.

Chi ha amato Ken Parker avrà notato in lui una pacata disperazione, una concezione dolente della vita, in cui la sua onestà, le sue regole morali, la sua curiosità intellettuale e l’invincibile fede nell’Uomo ne fanno un isolato. L'universo western che ha annullato gli spazi tra vincitori e vinti, non gli concede cittadinanza né appartenenza piena a nessuna delle due categorie. Questa alterità, però, ne esalta le caratteristiche soprattutto in quelle avventure in cui Ken incontra personaggi solitamente posti ai margini o come fondali nelle storie dello schema classico del fumetto western: la natura estrema, gli animali, le prostitute, i vecchi, gli adolescenti, i guitti, gli omosessuali. Non mancheranno numeri in cui Ken sparirà dalla scena per lasciare a loro e allo loro verità umana il posto da protagonista. Molte volte conoscerà il fallimento, anche quello dovuto all'età che avanza, ma con quello spirito di contrabbando di cui parla Berardi, Ken Parker porrà interrogativi piuttosto impegnativi al lettore più attento e smaliziato. Sull’uso della violenza, sulle ragioni dei vinti, sulla arbitrarietà della giustizia, sulla tenerezza filiale e genitoriale, sui modi in cui il potere esercita la sua influenza, sulla religione, sulla morte, sul destino degli uomini diventati miti (come nella storia di Wild Bill Hickok, l’invincibile pistolero condannato a doversi misurare contro voglia con suoi emuli avidi di gloria), persino sulla verità storiografica, come quando si ritrova ad ascoltare da decine di protagonisti la storia del Generale Custer a Little Big Horn, ricevendone altrettante versioni dell'uomo e della battaglia e mostrandoci la storia come il solito specchio in frantumi in cui si riflette in innumerevoli schegge aguzze l'immagine di un bimbo dispettoso che ripete la cantilena del così è se vi pare.
Per mantenere l’alta qualità della serie, Berardi e Milazzo furono costretti a non rispettare la cadenza mensile dell’albo e gli ultimi numeri tardarono parecchio prima di apparire nelle edicole. Col numero 59, a metà anni '80, Ken Parker chiuse i battenti e si trasferì su altre riviste, con alterne vicende editoriali e di pubblico, ma senza rinnegare un certo sperimentalismo (alcune sue avventure, addirittura, saranno prive di ballon) e un gusto per la citazione pittorica e cinematografica. L’ultima sua avventura risale ormai a quasi 15 anni fa e vede Ken rinchiuso ingiustamente in prigione. Da dietro le sbarre, però, il nostro eroe aveva già additato la strada del successo ad altri personaggi di qualità della editrice Bonelli (come Dylan Dog o Martin Mystere)

Nonostante questo silenzio i fan da più parti ne reclamano la scarcerazione e invocano la conclusione della serie con modalità canoniche. Non saprei dire se nello spirito che ne ha animato le avventure questa invocata conclusione sia poi così necessaria. Forse il più umano dei personaggi di fantasia potrebbe condividere con gli esseri umani in carne ed ossa anche un destino ingiusto ed aperto a sviluppi che non sapremo. Non è stato lo stesso scout di Berardi e Milazzo ad insegnare ai suoi lettori che l’ingiustizia è una costante dell’esistenza? Cedere ad un congedo così amaro, ribattono in molti, significa accettare la rassegnazione a capo chino e tradire gli ideali di Ken Parker. 
Ma forse si ragiona così solo perché quando pensavamo di esserci messi al sicuro dalle insidie del western e di poter ridere dell’ingenuità di Ombre Rosse, mentre ce ne stavamo tranquilli ad osservare il treno e la ferrovia, mentre i cavalli diventavano vapore e noi posavamo per sempre gli stivaloni e ci scuotevamo la polvere di dosso sull'asfalto, proprio allora sono arrivati Berardi e Milazzo, ci hanno sfilato di nascosto la lastra di piombo da sotto il poncho e hanno detto al loro Ken Parker di imbracciare il suo infallibile Kentucky e mirare. Al cuore, ovviamente.



Grazie a mio papà  cui devo, tra l'altro, Ken Parker.





fonti, rimandi, fanatismi ed ispirazioni:
http://it.wikipedia.org/wiki/Ken_Parker
http://www.ubcfumetti.com/data/berardi.htm
http://www.ubcfumetti.com/data/milazzo.htm
http://www.ubcfumetti.com/kenparker/
http://www.cartonionline.com/personaggi/ken_parker_01.htm
http://chemako-comics.blogspot.com/
http://rbottazzi.altervista.org/aakp.htm
http://www.facebook.com/pages/Ken-Parker/31553722772

martedì 13 dicembre 2011

Forse non tutti sanno che...

“Il divino è senza sforzo” (Eschilo)

Un dialogo d’ascensore tra occasionali compagni d'ascesa: “Mah, da tre giorni piove che il Demiurgo la manda!” “Eh, ma per le campagne questa è una benedizione del Primo Eone”.
Se vi sentite spiazzati è solo perché 1.700 anni fa lo gnosticismo ha perso la sua battaglia col cristianesimo.
La gnosi è una religione ad alta densità filosofica organizzata come una enorme matrjoska soprannaturale che comprende una trentina di dei riuniti nel Pleroma, un Olimpo che parte dal dio Primo (Il primo Eone) e scende giù giù in coppie di Eoni (tra cui anche Cristo e lo Spirito Santo) fino ad arrivare al mondo fisico, corrotto ed oscuro. La realtà che conosciamo è il frutto di una caduta cosmica e l’universo che abitiamo è stato creato da un Demiurgo, un dio vendicativo e malvagio, che viene identificato con lo Yahweh  del Vecchio Testamento. In questo abisso, lo gnostico utilizza la conoscenza come una chiave che lo libera dalle catene che lo tengono legato al mondo e alla natura. Lo gnostico, quindi, opera una netta distinzione tra gli illuminati e il resto degli uomini che non hanno la conoscenza della verità e che, addirittura, adorano il Demiurgo. 
Sebbene sia di tutta evidenza che la gnosi non sia l’argomento più dibattuto davanti alla macchinetta del caffè in ufficio (e a dirla tutta dubito che assicuri successo ai blog che ne trattano), esistono  due libri vendutissimi che per pura casualità sono anche due opere seconde nel campo del romanzo. Si tratta di “A che punto è la notte” di Carlo Fruttero e Franco Lucentini e di “Il pendolo di Foucault” di Umberto Eco. Sono romanzi che pur dimorando all’ombra del libro che li ha preceduti hanno macinato riedizioni e recensioni. 
“A che punto è la notte” esce nel 1979, 7 anni dopo l’enorme successo di “La donna della domenica” , il romanzo che rivelò la ditta dei versatili Fruttero e Lucentini. Il libro racconta, nelle forme classiche del giallo, della Torino di fine anni '70 in cui si consumano tre omicidi. Il primo è quello di un prete non convenzionale che dopo aver declinato in modi e forme bizzarre le conclusioni del Concilio Vaticano II, ripiega sul misticismo gnostico e si lancia in prediche apocalittiche dall’alto di una torre allusiva e misticheggiante, in una chiesa in penombra, rischiarata solo dal fuoco della Conoscenza e dal lampo dell'esplosione di un cero che il sacerdote tiene in mano durante una delle sue teatrali performance oratorie.
Il secondo omicidio è quello di un carabiniere sotto copertura che prima di essere ucciso a bordo della propria auto ha il tempo di lasciare scritto sul cristallo appannato del parabrezza un messaggio riconducibile allo gnosticismo. Del terzo omicidio non dirò, per non gustare la sorpresa ad eventuali lettori.
Ad indagare sull’intricatissima storia è chiamato il commissario Santamaria che è la figura cardine sui cui si imposta la visione letteraria e di genere di Fruttero e Lucentini. Quello che piace, infatti, al di là della trama avvincente e delle soluzioni stilistiche, è che in questo romanzo la gnosi è in opposizione al giallo e il detective si trova al polo opposto dell’iniziato. Santamaria, infatti, come tutti gli investigatori, deve spingersi a scoprire le leggi che regolano il ritmo del mondo e a ridare loro un ordine che ci riconcili con il concetto di giustizia e di bene. Il nostro commissario  procede nell’indagine in maniera bonaria, umanissima, autoironica. Usa il disincanto come una mistica e fa balenare i bagliori di un’intelligenza dimessa e rassegnata all’assurdo, ma comunque capace di rischiarare il mondo, anche solo quello di una grande città del nord Italia e di alcuni suoi abitanti.
La soluzione dell’enigma avverrà grazie ad un impiegato di una casa editrice (la penna di F&L si affila in pagine memorabili anche sul mondo editoriale e su certi cliché culturali), ad uno dei primi calcolatori e alla decifrazione del messaggio del povero carabiniere. E sarà un finale tutt’altro che mistico, perché andrà a toccare il totem del boom economico ed industriale italiano. O forse mi sbaglio e la gnosi, vista come sistema di potere esclusivo ed elitario, è anche metafora del sistema industriale italiano. In fondo anche dio  (demiurgo pasticcione o signore degli eserciti che sia) per creare il mondo ha avuto bisogno di dire FIAT.

Le ultime delle oltre 600 pagine di “A che punto è la notte” sono affidate all’Eterno presunto in persona e ribadiscono il tratto caratteristico di Fruttero e Lucentini: quell’amabile fermarsi sulla soglia delle grandi questioni (Dio, l’Amore, il Bene, il Male) per poi aprire la porta con una chiave a caso, vivendo sempre come se si vivesse tra parentesi, con l’affettuosa e bonaria ironia che è distintiva di chi ama i generi popolari. 
Di fronte al plotone d'esecuzione comandato dal dubbio, insomma, i nostri autori rifiutano la benda, fissano negli occhi i fucilieri e li incantano con il vecchio trucco del racconto.
Dalla parte opposta, armato di proiettili di scetticismo a grande calibro, potrebbe stare Umberto Eco con il suo “Il Pendolo di Foucault”, un romanzo del 1988 che segue l’enorme successo di “Il nome della rosa”. La storia si dipana per oltre 700 pagine ed è ambientata tra il Piemonte, il Brasile e Milano. Protagonisti sono tre redattori milanesi contemporanei agli anni di uscita del romanzo, persi tra dandismo e fascinazioni esoteriche. I tre, con l’aiuto di uno dei primi personal computer e a partire da un documento criptico,  giocano a  riscrivere a tavolino la storia del mondo, come la riscriverebbe un seguace dell’ermetismo e dello gnosticismo. Il loro divertimento finirà per essere preso rovinosamente sul serio, fino ad un tragico finale. 

Facendo confliggere illuminismi e tradizioni Eco imbastisce una fiera della spiritualità occulta in cui si gratta fino il fondo del barile gnostico: catari, templari, riti animisti, homuncoli, Aleister Crowley, Madam Blavatsky e la Compagnia di Gesù in un delirante girotondo enciclopedico. La tesi da dimostrare è comunque una sola:  la vera empietà è quella che si commette ai danni della ragione. All’abituale vertigine affabulatoria convergono miti, citazioni, rimandi (tra cui anche un rapidissimo accenno al giallo di Fruttero e Lucentini), mentre si affollano le descrizioni degli iniziati ai segreti ermetici con le loro intese cifrate, le lotte furibonde per risibili questioni, i loro gadgets lessicali, il loro incedere superbo per la strada che conduce dalla poesia alla cronaca nera, dall’esoterismo ai servizi segreti (ovviamente a quelli deviati).


"Il pendolo" è evidentemente un pamphlet scagliato da un abile pilota a folle velocità contro lo spirito iniziatico. Contiene  alcune tesi condivisibili, come quella che lega lo gnosticismo al complottismo, ma in più parti  risulta urticante, per l’assenza di leggerezza e per le rasoiate di Occam inferte a tradimento anche alla ricerca più seria, visto che per tutto il romanzo gli iniziati non sono altro che dei ribaldi e il loro entusiasmo è ottusità. L’irritazione continua almeno fin quando non ci si accorge che la storia narrata nel Pendolo di Foucault si è poi avverata con il romanzo di Dan Brown “Il codice da Vinci”,  un best sellers che riprendeva una improbabilissima tradizione gnostica, sostenuta da indizi risibili e infarcita di suggestioni rinascimentali, che ha rischiato davvero di riscrivere la storia, costringendo la Chiesa cattolica a doversi difendere pubblicamente dallo sgomento dei suoi stessi fedeli.
Curiosamente "Il pendolo di Foucault" termina come una storiellina zen, la disciplina buddhista più vicina allo gnosticismo che io conosca. 
Il profitto più grande, comunque, che si può trarre dal "Pendolo.." è l’allerta nei confronti dell’interpretazione infinita in cui indulgono spesso i saperi ermetici, quella che, ad esempio, potrebbe portare a pensare che due opere seconde che parlano di gnosi per oltre 1.300 pagine debbano essere sotterraneamente collegate fra loro per rivelare solo ad una stretta cerchia la cifra di saperi solennemente occultati. Magari evidenziando che gli anni che separano "A che punto è la notte" da "Il pendolo di Foucault" sono 9, numero caro ad Ermete Trismegisto, che entrambi i romanzi si sviluppano a partire da messaggi che sembrano gnostici, ma si rivelano per qualcosa di molto più banale o che in tutte e due le trame parte importante hanno le luciferine intelligenze artificiali e la consorteria delle case editrici. Si potrebbe aggiungere, poi, che l’anagramma (arte affiliata alla sapienza ebraica della cabala) dei cognomi degli autori è “Furente in iter occulto” e che i luoghi piemontesi descritti nei libri sono stati sotto l'influenza della stirpe regale dei Merovingi, la discendenza gnostica di Gesù e la Maddalena. Potremmo essere quindi spinti a domandarci: sono solo coincidenze?
Preparatevi, perché se lo sanno quelli di Voyager risponderanno, ovviamente, di no e ci ricorderanno di pagare il canone RAI per raccontarcelo, come se non vi avessi avvertito.


Fonti, rimandi, ispirazioni e fanatismi:

A che punto è la notte di Carlo Fruttero e Franco Lucentini ed. Mondadori
Il Pendolo di Foucault di Umberto Eco ed. Bompiani

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mercoledì 9 novembre 2011

Quando a Biancaneve piaceva la matematica

Chi ha definito intelligenti le armi esplose nelle guerre dell’ultimo ventennio ha deciso di esibire le insegne celebrative della ragione umana anche sulle forme panciute di una bomba. Scelta infelice se è vero che, pur  rombando coi motori del raziocinio, gli ordigni si sono abbattuti ugualmente e con impressionante frequenza su ospedali e  civili.
Chissà cosa ne avrebbe pensato Alan Turing di questa tecnologia che, mentre si fregia di caratteristiche umane, mostra i segni insorgenti dell’istintualità più primitiva, quella che conduce all’autodistruzione. Lui che spese la vita per sciogliere i nodi dell’intelligenza umana e che fu l’unico, nel pieno della ferocia della seconda guerra mondiale, a creare delle bombe veramente intelligenti.

Nel 1940, infatti, Alan Turing era un giovane matematico arruolato in una squadra di tecnici, scienziati ed ingegneri riunita a Bletchley Park, nella campagna londinese, con un compito ben preciso: decifrare i messaggi radio dei nazisti.  La Germania, ormai da diversi anni, utilizzava per le proprie comunicazioni militari una macchina cifratrice inattaccabile, detta Enigma, basata su un complesso sistema di rotori, lampade e tasti in grado di produrre diversi miliardi di combinazioni.
L'Enigma
Gli inglesi riuscirono a violarne il codice proprio grazie ad Alan Turing, un personaggio eccentrico, noncurante delle convenzioni ed omosessuale dichiarato. Turing aveva trascorso una adolescenza complicata, nella rigida Inghilterra vittoriana. La matematica pura era diventata il suo codice per accedere al territorio dell’indipendenza dalla cose umane. Lo affascinavano il carattere immateriale dei numeri primi e il gioco degli scacchi ed era attraversato da lampi di intuizione che ne illuminavano il genio. Pur essendo giudicato poco più di un disordinato pasticcione dai suoi professori, raggiunse indipendentemente e quasi da autodidatta la dimostrazione di teoremi di matematica superiore. All’Università di Cambridge, dove conseguì il dottorato, nella storica divisione degli studenti tra esteti ed atleti, faceva parte a sé. Non praticava sport (ma in seguito avrebbe corso la maratona con tempi olimpici) e non si interessava di politica attiva. Aveva grande dignità di sé e non riusciva a sottomettersi ai numerosi rituali accademici, che non approvava. Quando entrava in confidenza con qualcuno non faceva mistero della propria omosessualità e per questo finiva per essere isolato. Nella sua logica binaria del tutto o niente, voleva essere accettato per quello che era. Un rischio non da poco  in un mondo in cui la questione omosessuale veniva, semplicemente, taciuta. Era, insomma, un timido che si era creato una magnifica e dolente autosufficienza, come quei bambini che giocano per ore da soli e, persi nel loro gioco, finiscono per non prestare orecchio all’arrivo di una vecchia zia cerimoniosa. Non potendo essere un ribelle affrontava quel mondo formale eludendolo e senza opporvisi apertamente, se non con qualche eccentricità, come accogliere i suoi studenti con l’orsacchiotto che si era fatto regalare per un Natale dei suoi 20 anni.

Alla fine degli anni ’30 pubblicò a suo nome "On computable Number”  un articolo che dava risposta ad uno dei problemi di matematica rimasti insoluti elencati da Hilbert. Scoprì di essere arrivato ancora una volta secondo (Alonzo Church lo aveva  preceduto di pochi mesi), ma lo studio conteneva la prima ipotesi di una macchina universale che, adeguatamente istruita, avrebbe potuto eseguire compiti normalmente realizzati del cervello umano. Lo sguardo infantile di Alan si era posato sul problema filosofico – matematico delle macchine capaci di manipolare i simboli e in grado di comportarsi in automatico su una tavola di comportamenti di dimensioni finite. Paragoni tra cervello e macchine, in verità, ne esistevano a dozzine, ma Turing aveva per la prima volta intrapreso l’avventurosa ipotesi sul calcolatore umano, gettando un ponte tra la matematica astratta pura e il reale. Al momento la questione restava nel mondo filosofico, ma sarebbe entrata presto nel mondo pratico con la violenza di milioni di morti. Fino al 1940 la strada della libertà che aveva scelto Turing non era l’antifascismo, ma l’impegno verso il proprio mestiere. Queste due strade, però, in quell'anno si incrociarono.

Una delle bombe di Turing
Alan Turing, infatti, approdato a Bletchley Park, mise a punto le sue formidabili bombe, ovvero delle macchine in grado di riprodurre la disposizione dei rotori dell'Enigma. Fu aiutato in questo da una incredibile leggerezza dei tedeschi che cifravano con l’Enigma anche le comunicazioni meteo. Bastò così mettere le mani su una stazione di trasmissione (molto meno protetta rispetto agli U -boot ) per farsi un’idea della posizione dei rotori. Le bombe giravano a forte velocità  e, a metà  tra un vorticoso gioco del meccano e un oracolo della cabala, si fermavano nel momento in cui avevano riprodotto il messaggio in codice tedesco.

Alan, ad appena 28 anni, aveva posto così uno specchio dietro le carte del nemico. Uno stratagemma che consentiva alla sua nazione di conoscere le mosse e prevenire le intenzioni dei nazisti con effetti immediati sulla regolarità dei rifornimenti navali e sul risparmio di vite umane. Le bombe funzionavano talmente bene che alcune volta gli inglesi erano costretti a non intervenire per non destare sospetti.
Precauzione inutile, perché i nazisti avevano in Enigma la stessa fede che riponevano nelle spedizioni in Tibet per trovare il luogo in cui il Re del Mondo giocava a nascondino. Fino alla fine della guerra, così, ricorsero all’eterna paranoia dei militari per spiegarsi gli insuccessi nella Manica: il tradimento da parte di qualcuno dei servizi segreti.
Non che l’esercito  inglese fosse più lungimirante con Turing e colleghi. Accettarono di malavoglia e per le pressioni di Churchill che la gerarchia delle intelligenze matematiche si contrapponesse alla loro. E Turing con le sue indolenze, il suo aspetto trasandato, il suo genio era proprio il tipo da rendere pazzi i militari. Una volta decise di imparare l’uso delle armi e partecipò alle esercitazioni della Guardia Civica. Nel compilare il modulo di iscrizione rispose alla domanda: “Vuoi entrare a far parte della Guardai Civica?” con un NO. Nessuno se ne accorse e quando Alan fu soddisfatto della propria perizia col fucile, abbandonò tutti nel pieno rispetto delle regole. 

Con l’ingresso in guerra degli Stati Uniti le attività di decrittazione persero parte della loro importanza, che era soprattutto difensiva. Era venuto il momento della forza bruta e questo non era congeniale a Turing, né era quello che gli chiedeva la nazione. Adesso l’Inghilterra pretendeva che su tutta l’attività di Bletchley Park permanesse la segretezza, e continuasse la dissimulazione. Un peso che Alan avrebbe portato senza problemi, ma che inevitabilmente si sommava a quello della sua vita privata e che finì per provarlo. Ancora una volta, a guerra finita, ragioni superiori misero in secondo piano il suo merito che rimase ignoto ai più.


Nel dopoguerra Turing fu chiamato a lavorare all’ACE, un primo modello di calcolatore di cui teorizzò le funzioni, insistendo particolarmente sull’importanza del software e del computer come macchina universale. Per dimostrarlo, con il solito suo animo sospeso tra il sofisticato e l’infantile realizzò un programma che generava lettere d’amore e portava spesso l’esempio di un calcolatore in grado di giocare a scacchi. Il progetto si arenò e finì per essere portato su lidi ben lontani da quelli teorizzati da Alan che nel frattempo era stato catturato da un interrogativo inquietante: può una macchina pensare? Ponendo quella domanda Turing nuotava controcorrente. Non voleva, infatti, innalzare le macchine al rango di essere umani, ma ridurre le facoltà umane della ragione a processi logici, basati sui meccanismi di premio e punizione, che anche una macchina potrebbe riprodurre; allo stesso modo di un essere umano che riceve informazioni da un insegnante ed elaborando queste informazioni, apprende. Mentre tutto il mondo lavorava per avere macchinari infallibili e quindi stupidi, Turing teorizzava una macchina fallibile, ma in grado di consapevolezza. Era un modo del tutto originale e pragmatico per sciogliere il nodo delle mille definizioni di intelligenza. Un modo disastroso dal punto di vista commerciale, ma una intuizione da cui pare che le neuroscienze odierne abbiano tratto profitto. Ovviamente si tirò dietro una sfilza di reazioni, soprattutto da filosofi e pensatori credenti,  ma anche dal mondo accademico umanistico. Tutti si fecero scudo con Omero e Shakespeare, ma elusero la questione al fondo della domanda, che ancora oggi rimane aperta. 


Gli interessi di Turing all’inizio degli anni ’50 si erano spostati intanto sulla fisiologia umana, ma era giunto  un momento cruciale della sua esistenza. Nel 1951 mentre passeggia per Manchester nel quartiere degli omosessuali, mise gli occhi su Arnold, un giovanotto molto più giovane di lui e di una classe sociale medio bassa. Se ne innamorò, ma dopo aver trascorso alcune notti in sua compagnia, si accorse che mancavano da casa degli oggetti. Quando decise di denunciare il furto alla polizia, con leggerezza paragonabile a quella dei tedeschi con l’Enigma, ammise anche la propria omosessualità, sottovalutando il fatto che all’epoca questa era considerata una malattia mentale e per la legge addirittura un reato. Finì sotto processo con grande scandalo. Sembrò curarsene poco e si difese a modo suo, dicendosi certo di non aver fatto nulla di male e scrivendo una lettera ad una deputata perché intervenisse a cambiare la legge. A sostegno di questa richiesta portò la circostanza dell’omosessualità del  figlio della stessa rappresentante alla Camera. Non c’è da stupirsi se non ricevette alcuna risposta. Il suo atteggiamento venne preso come una piena confessione (e in fondo lo era) e gli costò una pena inumana: la castrazione chimica che lo rese impotente e gli procurò anche la crescita del seno. Nonostante l’ostracismo che gli riservò buona parte del mondo accademico, in pieno stile Turing, egli non aveva remore nel parlare del processo e continuò a recarsi all’estero per le sue avventure sessuali, classificando i suoi amori su una ironica “scala di Arnold”. Il colpo, però, doveva essere stato forte. Nel giugno del 1954 la governate che lo accudiva in casa lo trovò adagiato composto sul letto. L’ultimo gesto di Alan Turing era stato di una tenerezza commovente e disperata. Come la protagonista della sua favola preferita aveva morso una mela avvelenata nel cianuro di potassio. Con un perfetto inchino, ad appena 42 anni, Turing diceva addio all’innocenza perduta e alle tentazioni della conoscenza. Lasciava gli amici e i parenti a sbrigarsela con l’inesplicabile teorema del proprio suicidio. La madre ne scrisse una tenera biografia in cui la grandezza di Alan appariva solo tramite le parole e le lodi dei suoi professori o di altri matematici famosi. Penosamente, neppure lei ne aveva capito l’originalità.

Il fascino  di Turing e delle sue riflessioni attraversa tutto il XX secolo in maniera molte volte sotterranea. Non è arrivato nessun principe azzurro robot  a svegliarlo dal suo sonno, ma a lui si sono ispirati Kubrick (per l’anno in cui ambientare la sua Odissea nello Spazio e, ovviamente, per il calcolatore HAL) e gli sceneggiatori di Blade Runner  per il test a cui vengono sottoposti i replicanti. L’omaggio più affascinante, tuttavia, è quello che, secondo alcune fonti, ha riservato ad Alan il colosso informatico creato da Steve Jobs, riproponendo su milioni di apparecchi elettronici un logo che ci ricorda l'ultimo gesto di Alan Turing, il primo dei visionari e dei folli nell'era della macchina che vi sta davanti in questo momento.

Fonti, rimandi, ispirazioni e fanatismi:

Il sito di Andrew Hodges: http://www.turing.org.uk/turing/index.html
La pagina di wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Alan_Turing
Può una macchina pensare? Discutetene col fake del Capitano Kirk: http://sheepridge.pandorabots.com/pandora/talk?botid=fef38cb4de345ab1&skin=iframe-voice
Il sito del centenario della nascita di Turing: http://www.mathcomp.leeds.ac.uk/turing2012/
Turing e la macchina Enigma: http://critto.liceofoscarini.it/critto/tur.htm

Alan Turing. Una biografia. di Andrew Hodges Ed. Bollati Boringhieri

sabato 8 ottobre 2011

A un vice vincitore nel pallone



Essendo il calcio un' opinione, nessuno potrà vietarmi di sostenere che esistono i fondamentali in campo e sono quell'insieme di abilità tecniche che riescono ad imprimere al pallone traiettorie obbedienti al credo degli allenatori, e fondamentali fuori dal campo. Questi (non meno aerei e di geometrica ripetizione) si basano sulla gamma ristretta di espressioni che accontentano da decenni tifosi e giornalisti nel dopopartita. Si potrebbe raccontare anche così la storia di Luciano Bodini, per luoghi comuni.

Nella stagione 1984/85 la magnifica Juventus di Platini e Boniek, Cabrini e Rossi, Tardelli e Scirea, si trova improvvisamente in crisi. Ha perso il derby col Torino ed incassato 4 gol a Milano con l’Inter. E', insomma, uno di quei momenti in cui ci vogliono i fondamentali: i giocatori si guardano negli occhi negli spogliatoi, si ripetono che si gioca in 11, ma  vince la squadra che fa più gol (che non è sempre quella più forte), si consolano dicendosi l’un l’altro che non erano fenomeni prima, ma non sono brocchi adesso e che il campionato è ancora lungo. E poi ci sono i giocatori della panchina, quelli che dopo aver messo in difficoltà il mister in allenamento devono farsi trovare pronti per il loro momento. E a mettere in difficoltà il mister, nel nostro caso Giovanni Trapattoni, è Luciano Bodini, eterna riserva della Juve, chiamato per scelta tecnica a sostituire il portiere titolare Tacconi.
Bodini sta per scrivere le pagine più belle di una incredibile carriera quasi esclusivamente vissuta da vicario, ma la sua storia non merita di aggirarsi tra luoghi comuni e negli anni ha preso a frequentare le stanze della poesia e della letteratura. Non faccio per dire. Il primo ad innamorarsi di lui, candidamente, fu Vladimiro Caminiti, che lo definì un cuore puro, da vero juventino. Negli anni si sono aggiunti Nicola Calzaretta che ne ha fatto il protagonista di un libro dal formidabile titolo “Secondo me - una carriera in dodicesimo” (ahinoi introvabile) e il poeta Fernando Acitelli, che gli ha dedicato una poesia inclusa nella raccolta “La solitudine dell’ala destra”.

Quando è chiamato a sostituire Tacconi, Bodini è alla Juventus già da 6 anni. Vi è arrivato venticinquenne nella stagione 79-80 dopo un paio di  brillanti campionati nell’Atalanta. È la riserva del monumentale Dino Zoff che di anni ne ha già 37. Ai mondiali argentini del 1978 il portiere della Nazionale aveva subìto da olandesi e brasiliani un paio di gol da oltre 30 metri e gli immancabili critici insinuano che cominci a mancargli la vista. Zoff, tuttavia, percorre il suo viale del tramonto con il passo di un imperatore in trionfo e, quattro anni dopo, al termine della stagione 1982/83, Bodini non ha ancora giocato un minuto in una gara ufficiale.  Rimane in panchina ad ascoltare dalla radiolina Ciotti che si scusa con Ameri e Luzzi che interrompe il racconto del rigore decisivo del campionato per avvisare urbi et orbi che, in serie B, la Sambenedettese ha accorciato le distanze. Bodini non si lamenta della situazione, è un bravo professionista, non fa polemiche, si allena due volte al giorno tutti i  giorni e la domenica si accomoda in panchina ad incitare i compagni e ad aggiornarli sui risultati dagli altri campi. Nel maggio 1983, a campionato ultimato, Zoff dà due annunci. Pubblicamente comunica ai giornalisti il ritiro dal calcio giocato e privatamente a Trapattoni il suo sta bene per far giocare “il ragazzo” nelle restanti partite di Coppa Italia. Il ragazzo ha 29 anni ed è proprio Luciano Bodini che può finalmente debuttare, indossando la maglia del titolare, con la Juventus. Bodini si tuffa, esce in presa alta, si distende a respingere un rigore, raccoglie i passaggi all’indietro (allora si poteva), rilancia l’azione dei compagni. È tra i protagonisti della vittoria  in Coppa Italia e, durante l’estate, anche di quella al Mundialito per club. Si può capire, così, come all’inizio della nuova stagione, Bodini mastichi amaro per la comunicazione di Trapattoni che annuncia il nome del nuovo portiere titolare: Stefano Tacconi. Uno bravo, ma ancora giovane e che ricorda più un moschettiere del re che un portiere.
Bodini torna a sedersi in panchina, anche se mette la sua firma sullo scudetto di quell’anno disputando 7 gare in sostituzione di Tacconi, infortunatosi ad un dito.

Nel novembre del 1984, quindi, Bodini è come quel tenente di Buzzati che presidia con pochi compagni la sua fortezza nel deserto di bordo campo. Alla decisione di Trapattoni che lo promuove titolare, però, per lui arriva l’intera Nazionale dei Tartari nella sua formazione più agguerrita. All’orizzonte dell’area di rigore Bodini vede presentarsi campioni come Socrates, Maradona, Vialli, Rush, Virdis, Galderisi, Elkjiaer, Pruzzo, Graziani, Altobelli, Rumenigge, Tigana, Giresse. Lui ne respinge gli attacchi tutte le volte che può. Dà sicurezza alla squadra, che si risolleva in campionato, debutta anche sul palcoscenico internazionale vincendo in gara unica la Supercoppa europea contro il Liverpool e segnalandosi tra i protagonisti nel passaggio dei quarti di finale di Coppa Campioni. Gioca anche le semifinali con il Bordeaux, respingendo a pochi minuti dalla fine un tiro di Tigana che avrebbe potuto portare i francesi ai supplementari. Con l’abitudine di stringere la maglia tra i denti per trovare la concentrazione e poco propenso a far parlare di sé, Bodini si dimostra un portiere di assoluta sicurezza tanto da mantenere il posto da titolare nonostante una frattura al naso rimediata contro la Sampdoria.
Alle sue spalle, però, quel Capitan Fracassa di Tacconi lavora duro e non solo in allenamento. Certo il rivale di Bodini è un ottimo portiere, ma è anche un personaggio dal carattere schietto e polemico: meglio di un ufficio stampa per ingraziarsi le simpatie dei giornalisti. Periodicamente Tacconi rilascia dichiarazioni sferzanti nei confronti del collega e si lamenta del trattamento a cui lo sottopone la Juventus. La società lo multa, tiene duro finché può, ma alla fine cede. La finale di Coppa Campioni di Bruxelles, quella della tragedia dell’Heysel, vedrà in campo Tacconi.

Bodini stavolta ci resta male davvero. Nessuno ha qualcosa da rimproverargli e quella finale se l’era guadagnata tutta. Ma il pallone spesso irride i meriti e fa rotolare lontano la gratitudine. Non sarebbe rotondo. Luciano pensa di lasciare la Vecchia Signora, ma Boniperti, con cui ha un rapporto quasi filiale, lo convince a rimanere, riconosce la sua importanza per la squadra. Finisce, lui che era famoso per la sua parsimonia, per assicurargli i premi partita come a un titolare. Bodini rimarrà in bianconero fino al 1989. In quelle dieci stagioni, tra campionati e coppe ha disputato 45 partite subendo 35 gol. Per altre 300 volte si è accomodato in panchina che è diventata per lui un luogo di disciplina in cui tenere a bada i sogni, narcotizzare le aspettative e preparare il gesto, rapido, ma definitivo che appartiene a qualsiasi artista: provare il proprio valore nel breve spazio di tempo che la sorte gli ha concesso.

La poesia che il poeta Acitelli gli ha dedicato recita:


Ci sarebbe voluta una tonsillite
di Zoff, perché tu una domenica
giocassi…
Che grado avevi? Di quale gloria
fosti “vice”?


Erano le uscite il tuo meglio,
ma 80 000 spettatori insieme mai
le videro…


Però tu, per me, ci fosti…

Luciano Bodini che ha saputo rialzarsi anche da momenti privati difficili, si è ritirato dal calcio giocato per allenare i ragazzini, perfezionare la propria passione per la pittura  e dedicarsi alla famiglia. Ha mantenuto una mirabile sobrietà anche quelle volta in cui è stato chiamato a commentare le controverse vicende della sua amata Juventus. Perché “Erano le uscite il tuo meglio”, anche quelle di scena.

*Per questo post ho saccheggiato la memoria di mio fratello Antonio e di Giuseppe Tumino, due juventini convertitisi, mi pare, all'agnosticismo calcistico.
Ringrazio anche Giuseppe Pollicelli che, invece, mantiene tutta la fedeltà e l'amore che si deve ad una Vecchia Signora e che non si è tirato indietro alle richieste di un lupacchiotto giallorosso.

Fonti, ispirazioni, rimandi e fanatismi:
L'immancabile voce enciclopedica on line: http://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Bodini
Un'intervista a Bodini: http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/luciano-bodini.html
Il racconto francese, leggermente di parte, della semifinale di Coppa Campioni: http://www.oldschoolpanini.com/2010/09/bordeaux-juventus-1985.html
La miniera d'oro storico statistica per gli juventini: http://myjuve.it


Secondo... me. Una carriera in dodicesimo di Nicola Calzaretta Ed. Libri di sport
La solitudine dell'ala destra di Fernando Acitelli Ed. Einaudi

giovedì 8 settembre 2011

L'astronoma che parlò con gli alieni

Spunti per la trama di un film di successo: Inghilterra, metà degli anni ’60. Una giovane astronoma (Julia Roberts) lavora con un radio telescopio alle direttive di un affermato professore (Donald Sutherland) che ha poca fiducia in lei e le assegna i compiti più ingrati.
Una sera, analizzando milioni di dati risultanti dalle osservazioni, è attratta da un segnale che quasi scompare nel rumore di fondo e che si  scopre essere stato generato da un tipo di stella mai osservato prima. Un affascinante giornalista (Hugh Grant) trova un nome accattivante per il nuovo oggetto cosmico e lancia la giovane astronoma  nell’universo delle celebrità con una intervista. Sei anni dopo, la giovane astronoma (sempre Julia Roberts, ma con la minigonna e un enorme paio di occhialoni scuri), si trova in Kenya per dirigere il lancio di uno dei primi satelliti artificiali dedicati alla radioastronomia. L’operazione è un successo e non appena il razzo sparisce per infilarsi in orbita terrestre, squilla il telefono. Sono i professori della Reale Accademia svedese (Robin Williams, Dustin Hoffmann, Nicolas Cage  e Marlon Brando in ologramma ricostruito al computer) che le comunicano che la scoperta del nuovo tipo di stella è stato premiato con il Nobel per la Fisica (una statuetta raffigurante Einstein a torso nudo, licenza poetica degli sceneggiatori a uso del volgare pubblico moderno).

Che ci crediate o no le cose sono andate esattamente così anche nella realtà per Jocelyn Bell, se si esclude il piccolo, ma decisivo particolare della telefonata che comunicava la vittoria al Nobel. Quella ricevuta da Jocelyn Bell diceva che il premio non era stato attribuito alla giovane astronoma, ma esclusivamente ad Anthony Hewish, il suo docente. Quei mattacchioni dell’Accademia  svedese, evidentemente,  nel 1974 dovevano trovarsi in difficoltà. Non c’era sottomano un rappresentante politico di un paese con eserciti in mezzo mondo a cui dare il Nobel per la Pace e non si trovava nemmeno una sconosciutissima poetessa lituana per quello alla Letteratura. E così decisero di esercitare il loro personalissimo humor sul premio alla Fisica. E scambiandosi compiaciute pacche sulle spalle decisero di assegnarlo alla scoperta delle pulsar (questo il nome del nuovo tipo di stella), ma di ignorarne la scopritrice. Il Nobel quindi, venne solennemente consegnato nella mani di Anthony Hewish che, come da consolidata tradizione accademica, al momento della premiazione non nominò nemmeno la sua giovane assistente.

La Bell non se la prese a male per la decisione della Reale Accademia Svedese. Di fronte alle polemiche che ne seguirono, si limitò ad osservare che in quegli anni si dava per scontato che la scienza fosse guidata da persone di sesso maschile  e in camice bianco e che lei, in fondo, era solo una studentessa.  Tanto più che nell'anno del Nobel aveva appena avuto un figlio. La ricercatrice si lmitò a realizzare che “i maschi vincono i premi e le giovani donne badano ai bambini”.
Una lezione di understatement che, tuttavia, non rende giustizia alla grandezza del personaggio. La Bell, infatti, era nata nel 1943 in una famiglia non agiata dell’Irlanda del Nord, di rigida fede quacchera. Il padre, contrariamente ai costumi del tempo, si preoccupò di farla studiare e nel 1967, Jocelyn ottenne il dottorato a Cambridge sotto la supervisione di Hewish. Il professore la coinvolse in uno stimolante progetto di ricerca che prevedeva anche il compito di costruire un radio telescopio. La Bell, armata di martello e cacciavite mise insieme 125 miglia di fili e cavi su un area grande come 57 campi da tennis.

Jocelyn fu, infine, incaricata di analizzare i dati prodotti dal radiotelescopio. Centinaia di metri di carta, in cui la giovane ricercatrice fu capace di individuare una traccia che occupava poco più di due centimetri.  Era un segnale pulsante e regolare, come se provenisse da una fonte intelligente. La Bell ed Hewish lo battezzarono, spiritosamente ma non troppo, LGM, acronimo che stava per “little green man”. Non si trattava, però, di omini verdi, ma dei resti di una stella collassata e densissima (si pensi che in una pulsar l’intera massa del Sole è contenuta in una sfera del diametro di 10 chilometri), in rapidissima rotazione su sé stessa. Per capirci: se il cielo stellato fosse una cartolina ricordo di un luogo di mare, le pulsar sarebbero il faro austero che spazza ritmicamente il paesaggio con la propria luce. Un giornalista richiamato dal clamore della notizia e dal fatto che l’autrice principale della scoperta fosse una giovanissima ricercatrice diede a questa nuova classe di stelle il nome di pulsar, definizione che venne adottata dalla comunità scientifica. 

Dopo quella scoperta e il mancato Nobel, Jocelyn Bell ha ottenuto numerosissime cattedre e riconoscimenti, impegnandosi anche in attività divulgative. È un singolare caso di scienziato credente, poiché occupa una importante posizione nella Comunità dei Quaccheri, ma si esprime in merito con prudenza e riserbo, gli infallibili annunciatori dell’intelligenza: “Fin dall’adolescenza ero alla ricerca di una prova dell'esistenza di Dio e naturalmente non l’ho  trovata.  Gradualmente ho maturato il sospetto che  siamo destinati a non avere prove e ad agire senza di esse, sulla probabilità e, in definitiva, con un  'non so' come pensiero di fondo. Ho preso la decisione consapevole di adottare l'ipotesi che c'è un Dio, di seguirla e vedere cosa succederà. Non ho ancora sentito il bisogno di abbandonare tale ipotesi, ma potrebbe accadere, chi lo sa?”

La scoperta delle pulsar è una delle più importanti di sempre nel campo dell’astrofisica. Comportandosi come un orologio atomico queste stelle possono essere utilizzate come precisissimi cronometri spaziali per misurare, ad esempio, il rallentamento della rotazione terrestre. Esse dimostrano sperimentalmente la relatività generale postulata da Einstein e l’esistenza delle onde gravitazionali. Oltre, ovviamente, al fatto che gli alieni esistono davvero e che parlano con un marcato accento svedese.



Fonti, rimandi, fanatismi ed ispirazioni:

La pagina di Wikipedia dedicata alla Bell: http://it.wikipedia.org/wiki/Jocelyn_Bell
Un'intervista della BBC su scienza e religione http://www.bbc.co.uk/religion/programmes/belief/scripts/jocelyn_bell_burnell.html
La pagine nell'enciclopedia delle donne: http://www.enciclopediadelledonne.it/index.php?azione=pagina&id=121

Seconda stella a destra. Vite semiserie di astronomi illustri di Amedeo Balbi Ed. De Agostini

venerdì 29 luglio 2011

Tra Achab e Kirk: Il capitano Ernest Shackleton



Thoralf SØrlle era il direttore della remotissima stazione baleniera di Stromness, nella Georgia Australe. Un uomo avvezzo alla macellazione, al gelo mischiato di fumo e di grasso, ai tetri fusti in metallo per la conservazione dell’olio, alle maniere dei marinai. La persona di fronte a lui aveva la barba lunga e i capelli che gli arrivavano alle spalle, la faccia nera e i vestiti laceri. Quando lo sentì parlare, SØrlle scoppiò in lacrime. Quell’uomo aveva detto: “Mi chiamo Ernest Shackleton”.

Seicentocinquattonto giorni prima, l'uno di agosto del 1914, il capitano che portava quel nome levava l’ancora da Londra a capo della Imperiale Spedizione Antartica. Era diretto verso l’Antartide, una terra incognita, più vasta dell’Europa, per tentarne l'attraversamento da mare a mare, partendo da est.
Shackleton era un veterano dei ghiacci del sud e qualche anno prima aveva mancato di appena 80 miglia il traguardo di essere il primo uomo a raggiungere il polo.  A 3 anni da quel fallimento riuscì nell’impresa Amundsen e, dopo pochi giorni, anche Scott, che vi perse la vita. Al carattere avventuroso di Shackleton non restava che questo grande progetto dell’attraversamento del Continente bianco. Shackleton, che i suoi uomini chiamavano semplicemente il boss, partì  a capo di un equipaggio di 27 persone tra marinai, cuochi, artisti, scienziati, un clandestino poi promosso cambusiere e una muta di 69 cani da slitta. Curiosamente aveva aggregato all’equipaggio anche l'attrezzatura fotografica del regista free lance Frank Hurley, ma non una radio trasmittente, considerata all’epoca un affare di poca utilità, nonostante avesse già salvato centinaia di vite umane nei giorni del Titanic.

La nave su cui salparono si chiamava Endurance ed era uno degli ultimi capolavori dei maestri d'ascia norvegesi, costruita con tronchi che avevano già in natura le curvature necessarie all'uso navale e propiziata ponendo una moneta da una corona sotto l'alberatura.
L’Imperiale Spedizione Transantartica fallì ufficialmente a poche settimane dalla partenza, il 19 gennaio 1915, per un caso imprevedibile. Mentre viaggiava nel mare di Weddel e a sole 80 miglia dall’Antartide, l'Endurance si trovò stretta da enormi lastre di pack spinte dal vento e rimase imprigionata, a voler leggere dal dario del magazziniere di bordo: “in mezzo ai ghiacci, come una mandorla in una tavoletta di cioccolato”.
L'Endurance
Gli uomini, nei primi mesi, rimasero fiduciosi in attesa del vento che avrebbe spazzato via i blocchi ammassatosi intorno all’Endurance. Quando il primo maggio, tuttavia, iniziò l’inverno australe e la lunga notte polare, Shackleton non nutrì più speranze sulla sopravvivenza dell’imbarcazione. L'equipaggio si preparava ad affrontare sulla nave mesi lunghi e bui con temperature che scesero fino a 45 gradi sottozero. L’agonia della Endurance fu maestosa. Le foto di Hurley ce ne mostrano lo spettro fluorescente nel ghiaccio della notte artica. Il 27 ottobre 1915 la pressione del pack sullo scafo divenne insostenibile e l’Endurance si piegò, squarciata su un  lato. Gli uomini abbandonarono la nave, che si inabissò il 15 novembre.
Le correnti, nel frattempo,  avevano portato l’equipaggio alla deriva per più di mille miglia nautiche verso nord ovest, lontanissimi da terre abitate e dalla loro meta, nei cui pressi si sarebbero aggirate eventuali squadre di soccorso. Shackleton diede l’ordine di salvare dalla nave le provviste, i cani, il materiale fotografico e le tre scialuppe di salvataggio. Prigionieri su un blocco di ghiaccio di qualche chilometro quadrato, con temperature sempre sotto lo zero, i 28 sopravvissero con una dieta basata su carne di pinguino e la costante minaccia del congelamento e della cecità da neve. Per mesi  la corrente portò alla deriva Shackleton e i suoi uomini in condizioni sempre più estreme, tanto che il boss fu costretto ad ordinare l'abbattimento degli animali per risparmiare provviste e alleggerire il carico.
L'iceberg su cui si erano accampati e su cui avevano trascinato con enorme fatica le tre scialuppe, si assottigliava sempre di più e il 9 aprile 1916 Shackleton dispose di salire sulle imbarcazioni per rimettersi in mare. Saranno 5 giorni di navigazione terribili, tutti trascorsi ai remi e alle vele senza chiudere occhio. Shackleton cambierà rotta per quattro volte, costretto dalle correnti avverse. La destinazione finale fu l’isola di Elephant, un luogo remotissimo e inospitale, mai visitato dagli uomini. La malridotta Imperiale Spedizione Antartica toccava terra dopo 497 giorni. 
L’isola di Elephant si rivelò presto per quello che era: un enorme scoglio innevato,  spazzato da venti gelidi ed impetuosi. Il tratto di costa che accoglieva gli uomini non era più largo di trenta metri e profondo quindici. Tutti sapevano che il resto del mondo che ancora si ricordava di loro, li aveva dati per morti.
La partenza della James Caird
A Shackleton fu subito chiara la necessità di ripartire prima dell’arrivo dell’inverno per portare soccorsi. Si imbarcò il 24 aprile del 1916 con 5 compagni sulla scialuppa "James Caird", una nave di sette metri di lunghezza, con l’obiettivo di raggiungere la Georgia Asutrale, un'isola di circa 20 Km di lunghezza  a oltre 1.500 chilometri di distanza.
Per centrarla avevano a disposizione solo un sestante ed un cronometro, con cui il navigatore di bordo Frank Worsley provava a tracciare la rotta quando le nuvole lasciavano intravedere il sole. Potrà farlo solo per cinque volte, attraversando uno dei mari più tempestosi al mondo dove le onde si sollevano ordinariamente per oltre 7 metri, fino a raggiungere spesso i 20. Una di queste onde, di altezza tale che inizialmente Shackleton la scambiò  per una schiarita all’orizzonte, si abbattè con furia sulla Caird. Gli uomini lottarono per ore per togliere l’acqua da bordo e riportare lo scafo e se stessi alla vita. E lotteranno contro temporali e gelo fino all’8 maggio quando, con un capolavoro di perizia nautica, avvisteranno le coste della Georgia Australe. Un vento a 150Km/h proverà a sbatterli contro le scogliere, ma con una manovra ardita approderanno il 10 maggio 1916 alla Baia di re Haakon. Non era l’ultima fatica di Shackleton.

L’approdo, infatti, distava una decina di miglia in linea d’aria dalla base baleniera e il boss, lasciati i tre uomini più stanchi sulla piccola spiaggia di approdo, percorse con due compagni, per la prima volta al mondo e senza nessuna attrezzatura, la catena di monti e ghiacciai che lo separava dalla salvezza. Si presenterà così allo sbigottito SØrlle.
Messi in salvo i 3 della Baia Di Re Haakon, Shackleton organizzò ben 4 spedizioni per recuperare i superstiti dell’isola Elephant, che nel frattempo attendevano sopportando un inverno rigidissimo e tribolazioni di ogni genere. Solo ad agosto la banchisa lascerà passare il rimorchiatore cileno Yelcho con a bordo il boss.

Il 30 agosto del 1916 sull’isola Elephant era un giorno plumbeo come sempre. L’artista George Marston si trovava su un picco per disegnare il paesaggio intorno quando si accorse di un filo di fumo all’orizzonte.  “Tutti bene? Tutti salvi?” sono le parole che il boss rivolge dall’imbarcazione di soccorso ai suoi. “Tutti bene” gli rispondono gli uomini sull’isola, che contro ogni logica non avevano dubitato mai della salvezza.
Tutti bene? Tutti salvi?
A bordo del vapore Yelcho quegli uomini si lasciavano alle spalle il vasto silenzio del desolato sud  che avevano abitato per oltre due anni. Dietro di loro, nel tepore della salvezza, si scioglieva un tipo d'uomo e affiorava minaccioso un secolo che avrebbe annullato il gesto individuale per preferirgli l’organizzazione di tipo militare, sostituendo la responsabilità personale con il dovere astratto. Negli stessi mesi in cui Shackleton lottava con fede disciplinata (certamente di radice vittoriana) contro una Natura dello stesso tipo che si parò di fronte all’Islandese di Leopardi e ne prendeva a schiaffi la faccia attonita, salvando tutti i suoi uomini, stupidi generali a cui abbiamo dedicato piazze e monumenti utilizzavano noncuranti i loro uomini come quantità da mandare al massacro per conquistare col sangue un palmo di terra che avrebbero perso il giorno dopo, a un prezzo di sangue ancora maggiore.
L'avventura dell'Endurance, nel congedare un epoca, parla oggi un linguaggio, per usare un termine più insidioso dei ghiacci antartici, religioso. Il capitano che torna a riprendere i suoi uomini che lo attendono anche quando la logica imporrebbe la disperazione è la potente metafora di ogni fedele che salmodia al buon pastore, al dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, a colui che tra i 99 nomi ha quelli di chi provvede e vigilia.
La nave di Shackleton che si avvicina alla terra desolata e promette di nuovo casa ed abbracci e tabacco profumato e cibo dolce e poi di nuovo avventure, non naviga sui mari del Fato o della Necessità come quella di Ulisse. E' l’immagine commovente (come le piccole, dolcissime, inutili, luci che nell’infanzia ci ponevano accanto al letto, per non aver paura) che ognuno dei 28 uomini della spedizione e tutti noi, in fondo, vorremmo si svolgesse sotto le nostre palpebre chiuse nel momento supremo; quando nel buio che ci avvolgerà aspetteremo di vedere apparire qualcuno che eroico ed ostinato verrà a salvarci.
L'Imperiale Spedizione Antartica



Fonti, rimandi, ispirazioni e fanatismi:
Tutta l'avventura dell'Endurance (in inglese):
http://www.antarcticconnection.com/antarctic/shackleton/index.shtml
Le foto di Frank Hurley, su carta Kodak: http://www.kodak.com/US/en/corp/features/endurance/
"South" il libro di memorie, in inglese, scritto da Shackleton:
La puntata di Superquark dedicata alla spedizione: http://www.youtube.com/watch?v=iX6d8PGbUWQ

Endurance. L'incredibile viaggio di Shackleton al polo sud di Alfred Lansing ed. TEA