giovedì 8 settembre 2011

L'astronoma che parlò con gli alieni

Spunti per la trama di un film di successo: Inghilterra, metà degli anni ’60. Una giovane astronoma (Julia Roberts) lavora con un radio telescopio alle direttive di un affermato professore (Donald Sutherland) che ha poca fiducia in lei e le assegna i compiti più ingrati.
Una sera, analizzando milioni di dati risultanti dalle osservazioni, è attratta da un segnale che quasi scompare nel rumore di fondo e che si  scopre essere stato generato da un tipo di stella mai osservato prima. Un affascinante giornalista (Hugh Grant) trova un nome accattivante per il nuovo oggetto cosmico e lancia la giovane astronoma  nell’universo delle celebrità con una intervista. Sei anni dopo, la giovane astronoma (sempre Julia Roberts, ma con la minigonna e un enorme paio di occhialoni scuri), si trova in Kenya per dirigere il lancio di uno dei primi satelliti artificiali dedicati alla radioastronomia. L’operazione è un successo e non appena il razzo sparisce per infilarsi in orbita terrestre, squilla il telefono. Sono i professori della Reale Accademia svedese (Robin Williams, Dustin Hoffmann, Nicolas Cage  e Marlon Brando in ologramma ricostruito al computer) che le comunicano che la scoperta del nuovo tipo di stella è stato premiato con il Nobel per la Fisica (una statuetta raffigurante Einstein a torso nudo, licenza poetica degli sceneggiatori a uso del volgare pubblico moderno).

Che ci crediate o no le cose sono andate esattamente così anche nella realtà per Jocelyn Bell, se si esclude il piccolo, ma decisivo particolare della telefonata che comunicava la vittoria al Nobel. Quella ricevuta da Jocelyn Bell diceva che il premio non era stato attribuito alla giovane astronoma, ma esclusivamente ad Anthony Hewish, il suo docente. Quei mattacchioni dell’Accademia  svedese, evidentemente,  nel 1974 dovevano trovarsi in difficoltà. Non c’era sottomano un rappresentante politico di un paese con eserciti in mezzo mondo a cui dare il Nobel per la Pace e non si trovava nemmeno una sconosciutissima poetessa lituana per quello alla Letteratura. E così decisero di esercitare il loro personalissimo humor sul premio alla Fisica. E scambiandosi compiaciute pacche sulle spalle decisero di assegnarlo alla scoperta delle pulsar (questo il nome del nuovo tipo di stella), ma di ignorarne la scopritrice. Il Nobel quindi, venne solennemente consegnato nella mani di Anthony Hewish che, come da consolidata tradizione accademica, al momento della premiazione non nominò nemmeno la sua giovane assistente.

La Bell non se la prese a male per la decisione della Reale Accademia Svedese. Di fronte alle polemiche che ne seguirono, si limitò ad osservare che in quegli anni si dava per scontato che la scienza fosse guidata da persone di sesso maschile  e in camice bianco e che lei, in fondo, era solo una studentessa.  Tanto più che nell'anno del Nobel aveva appena avuto un figlio. La ricercatrice si lmitò a realizzare che “i maschi vincono i premi e le giovani donne badano ai bambini”.
Una lezione di understatement che, tuttavia, non rende giustizia alla grandezza del personaggio. La Bell, infatti, era nata nel 1943 in una famiglia non agiata dell’Irlanda del Nord, di rigida fede quacchera. Il padre, contrariamente ai costumi del tempo, si preoccupò di farla studiare e nel 1967, Jocelyn ottenne il dottorato a Cambridge sotto la supervisione di Hewish. Il professore la coinvolse in uno stimolante progetto di ricerca che prevedeva anche il compito di costruire un radio telescopio. La Bell, armata di martello e cacciavite mise insieme 125 miglia di fili e cavi su un area grande come 57 campi da tennis.

Jocelyn fu, infine, incaricata di analizzare i dati prodotti dal radiotelescopio. Centinaia di metri di carta, in cui la giovane ricercatrice fu capace di individuare una traccia che occupava poco più di due centimetri.  Era un segnale pulsante e regolare, come se provenisse da una fonte intelligente. La Bell ed Hewish lo battezzarono, spiritosamente ma non troppo, LGM, acronimo che stava per “little green man”. Non si trattava, però, di omini verdi, ma dei resti di una stella collassata e densissima (si pensi che in una pulsar l’intera massa del Sole è contenuta in una sfera del diametro di 10 chilometri), in rapidissima rotazione su sé stessa. Per capirci: se il cielo stellato fosse una cartolina ricordo di un luogo di mare, le pulsar sarebbero il faro austero che spazza ritmicamente il paesaggio con la propria luce. Un giornalista richiamato dal clamore della notizia e dal fatto che l’autrice principale della scoperta fosse una giovanissima ricercatrice diede a questa nuova classe di stelle il nome di pulsar, definizione che venne adottata dalla comunità scientifica. 

Dopo quella scoperta e il mancato Nobel, Jocelyn Bell ha ottenuto numerosissime cattedre e riconoscimenti, impegnandosi anche in attività divulgative. È un singolare caso di scienziato credente, poiché occupa una importante posizione nella Comunità dei Quaccheri, ma si esprime in merito con prudenza e riserbo, gli infallibili annunciatori dell’intelligenza: “Fin dall’adolescenza ero alla ricerca di una prova dell'esistenza di Dio e naturalmente non l’ho  trovata.  Gradualmente ho maturato il sospetto che  siamo destinati a non avere prove e ad agire senza di esse, sulla probabilità e, in definitiva, con un  'non so' come pensiero di fondo. Ho preso la decisione consapevole di adottare l'ipotesi che c'è un Dio, di seguirla e vedere cosa succederà. Non ho ancora sentito il bisogno di abbandonare tale ipotesi, ma potrebbe accadere, chi lo sa?”

La scoperta delle pulsar è una delle più importanti di sempre nel campo dell’astrofisica. Comportandosi come un orologio atomico queste stelle possono essere utilizzate come precisissimi cronometri spaziali per misurare, ad esempio, il rallentamento della rotazione terrestre. Esse dimostrano sperimentalmente la relatività generale postulata da Einstein e l’esistenza delle onde gravitazionali. Oltre, ovviamente, al fatto che gli alieni esistono davvero e che parlano con un marcato accento svedese.



Fonti, rimandi, fanatismi ed ispirazioni:

La pagina di Wikipedia dedicata alla Bell: http://it.wikipedia.org/wiki/Jocelyn_Bell
Un'intervista della BBC su scienza e religione http://www.bbc.co.uk/religion/programmes/belief/scripts/jocelyn_bell_burnell.html
La pagine nell'enciclopedia delle donne: http://www.enciclopediadelledonne.it/index.php?azione=pagina&id=121

Seconda stella a destra. Vite semiserie di astronomi illustri di Amedeo Balbi Ed. De Agostini

venerdì 29 luglio 2011

Tra Achab e Kirk: Il capitano Ernest Shackleton



Thoralf SØrlle era il direttore della remotissima stazione baleniera di Stromness, nella Georgia Australe. Un uomo avvezzo alla macellazione, al gelo mischiato di fumo e di grasso, ai tetri fusti in metallo per la conservazione dell’olio, alle maniere dei marinai. La persona di fronte a lui aveva la barba lunga e i capelli che gli arrivavano alle spalle, la faccia nera e i vestiti laceri. Quando lo sentì parlare, SØrlle scoppiò in lacrime. Quell’uomo aveva detto: “Mi chiamo Ernest Shackleton”.

Seicentocinquattonto giorni prima, l'uno di agosto del 1914, il capitano che portava quel nome levava l’ancora da Londra a capo della Imperiale Spedizione Antartica. Era diretto verso l’Antartide, una terra incognita, più vasta dell’Europa, per tentarne l'attraversamento da mare a mare, partendo da est.
Shackleton era un veterano dei ghiacci del sud e qualche anno prima aveva mancato di appena 80 miglia il traguardo di essere il primo uomo a raggiungere il polo.  A 3 anni da quel fallimento riuscì nell’impresa Amundsen e, dopo pochi giorni, anche Scott, che vi perse la vita. Al carattere avventuroso di Shackleton non restava che questo grande progetto dell’attraversamento del Continente bianco. Shackleton, che i suoi uomini chiamavano semplicemente il boss, partì  a capo di un equipaggio di 27 persone tra marinai, cuochi, artisti, scienziati, un clandestino poi promosso cambusiere e una muta di 69 cani da slitta. Curiosamente aveva aggregato all’equipaggio anche l'attrezzatura fotografica del regista free lance Frank Hurley, ma non una radio trasmittente, considerata all’epoca un affare di poca utilità, nonostante avesse già salvato centinaia di vite umane nei giorni del Titanic.

La nave su cui salparono si chiamava Endurance ed era uno degli ultimi capolavori dei maestri d'ascia norvegesi, costruita con tronchi che avevano già in natura le curvature necessarie all'uso navale e propiziata ponendo una moneta da una corona sotto l'alberatura.
L’Imperiale Spedizione Transantartica fallì ufficialmente a poche settimane dalla partenza, il 19 gennaio 1915, per un caso imprevedibile. Mentre viaggiava nel mare di Weddel e a sole 80 miglia dall’Antartide, l'Endurance si trovò stretta da enormi lastre di pack spinte dal vento e rimase imprigionata, a voler leggere dal dario del magazziniere di bordo: “in mezzo ai ghiacci, come una mandorla in una tavoletta di cioccolato”.
L'Endurance
Gli uomini, nei primi mesi, rimasero fiduciosi in attesa del vento che avrebbe spazzato via i blocchi ammassatosi intorno all’Endurance. Quando il primo maggio, tuttavia, iniziò l’inverno australe e la lunga notte polare, Shackleton non nutrì più speranze sulla sopravvivenza dell’imbarcazione. L'equipaggio si preparava ad affrontare sulla nave mesi lunghi e bui con temperature che scesero fino a 45 gradi sottozero. L’agonia della Endurance fu maestosa. Le foto di Hurley ce ne mostrano lo spettro fluorescente nel ghiaccio della notte artica. Il 27 ottobre 1915 la pressione del pack sullo scafo divenne insostenibile e l’Endurance si piegò, squarciata su un  lato. Gli uomini abbandonarono la nave, che si inabissò il 15 novembre.
Le correnti, nel frattempo,  avevano portato l’equipaggio alla deriva per più di mille miglia nautiche verso nord ovest, lontanissimi da terre abitate e dalla loro meta, nei cui pressi si sarebbero aggirate eventuali squadre di soccorso. Shackleton diede l’ordine di salvare dalla nave le provviste, i cani, il materiale fotografico e le tre scialuppe di salvataggio. Prigionieri su un blocco di ghiaccio di qualche chilometro quadrato, con temperature sempre sotto lo zero, i 28 sopravvissero con una dieta basata su carne di pinguino e la costante minaccia del congelamento e della cecità da neve. Per mesi  la corrente portò alla deriva Shackleton e i suoi uomini in condizioni sempre più estreme, tanto che il boss fu costretto ad ordinare l'abbattimento degli animali per risparmiare provviste e alleggerire il carico.
L'iceberg su cui si erano accampati e su cui avevano trascinato con enorme fatica le tre scialuppe, si assottigliava sempre di più e il 9 aprile 1916 Shackleton dispose di salire sulle imbarcazioni per rimettersi in mare. Saranno 5 giorni di navigazione terribili, tutti trascorsi ai remi e alle vele senza chiudere occhio. Shackleton cambierà rotta per quattro volte, costretto dalle correnti avverse. La destinazione finale fu l’isola di Elephant, un luogo remotissimo e inospitale, mai visitato dagli uomini. La malridotta Imperiale Spedizione Antartica toccava terra dopo 497 giorni. 
L’isola di Elephant si rivelò presto per quello che era: un enorme scoglio innevato,  spazzato da venti gelidi ed impetuosi. Il tratto di costa che accoglieva gli uomini non era più largo di trenta metri e profondo quindici. Tutti sapevano che il resto del mondo che ancora si ricordava di loro, li aveva dati per morti.
La partenza della James Caird
A Shackleton fu subito chiara la necessità di ripartire prima dell’arrivo dell’inverno per portare soccorsi. Si imbarcò il 24 aprile del 1916 con 5 compagni sulla scialuppa "James Caird", una nave di sette metri di lunghezza, con l’obiettivo di raggiungere la Georgia Asutrale, un'isola di circa 20 Km di lunghezza  a oltre 1.500 chilometri di distanza.
Per centrarla avevano a disposizione solo un sestante ed un cronometro, con cui il navigatore di bordo Frank Worsley provava a tracciare la rotta quando le nuvole lasciavano intravedere il sole. Potrà farlo solo per cinque volte, attraversando uno dei mari più tempestosi al mondo dove le onde si sollevano ordinariamente per oltre 7 metri, fino a raggiungere spesso i 20. Una di queste onde, di altezza tale che inizialmente Shackleton la scambiò  per una schiarita all’orizzonte, si abbattè con furia sulla Caird. Gli uomini lottarono per ore per togliere l’acqua da bordo e riportare lo scafo e se stessi alla vita. E lotteranno contro temporali e gelo fino all’8 maggio quando, con un capolavoro di perizia nautica, avvisteranno le coste della Georgia Australe. Un vento a 150Km/h proverà a sbatterli contro le scogliere, ma con una manovra ardita approderanno il 10 maggio 1916 alla Baia di re Haakon. Non era l’ultima fatica di Shackleton.

L’approdo, infatti, distava una decina di miglia in linea d’aria dalla base baleniera e il boss, lasciati i tre uomini più stanchi sulla piccola spiaggia di approdo, percorse con due compagni, per la prima volta al mondo e senza nessuna attrezzatura, la catena di monti e ghiacciai che lo separava dalla salvezza. Si presenterà così allo sbigottito SØrlle.
Messi in salvo i 3 della Baia Di Re Haakon, Shackleton organizzò ben 4 spedizioni per recuperare i superstiti dell’isola Elephant, che nel frattempo attendevano sopportando un inverno rigidissimo e tribolazioni di ogni genere. Solo ad agosto la banchisa lascerà passare il rimorchiatore cileno Yelcho con a bordo il boss.

Il 30 agosto del 1916 sull’isola Elephant era un giorno plumbeo come sempre. L’artista George Marston si trovava su un picco per disegnare il paesaggio intorno quando si accorse di un filo di fumo all’orizzonte.  “Tutti bene? Tutti salvi?” sono le parole che il boss rivolge dall’imbarcazione di soccorso ai suoi. “Tutti bene” gli rispondono gli uomini sull’isola, che contro ogni logica non avevano dubitato mai della salvezza.
Tutti bene? Tutti salvi?
A bordo del vapore Yelcho quegli uomini si lasciavano alle spalle il vasto silenzio del desolato sud  che avevano abitato per oltre due anni. Dietro di loro, nel tepore della salvezza, si scioglieva un tipo d'uomo e affiorava minaccioso un secolo che avrebbe annullato il gesto individuale per preferirgli l’organizzazione di tipo militare, sostituendo la responsabilità personale con il dovere astratto. Negli stessi mesi in cui Shackleton lottava con fede disciplinata (certamente di radice vittoriana) contro una Natura dello stesso tipo che si parò di fronte all’Islandese di Leopardi e ne prendeva a schiaffi la faccia attonita, salvando tutti i suoi uomini, stupidi generali a cui abbiamo dedicato piazze e monumenti utilizzavano noncuranti i loro uomini come quantità da mandare al massacro per conquistare col sangue un palmo di terra che avrebbero perso il giorno dopo, a un prezzo di sangue ancora maggiore.
L'avventura dell'Endurance, nel congedare un epoca, parla oggi un linguaggio, per usare un termine più insidioso dei ghiacci antartici, religioso. Il capitano che torna a riprendere i suoi uomini che lo attendono anche quando la logica imporrebbe la disperazione è la potente metafora di ogni fedele che salmodia al buon pastore, al dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, a colui che tra i 99 nomi ha quelli di chi provvede e vigilia.
La nave di Shackleton che si avvicina alla terra desolata e promette di nuovo casa ed abbracci e tabacco profumato e cibo dolce e poi di nuovo avventure, non naviga sui mari del Fato o della Necessità come quella di Ulisse. E' l’immagine commovente (come le piccole, dolcissime, inutili, luci che nell’infanzia ci ponevano accanto al letto, per non aver paura) che ognuno dei 28 uomini della spedizione e tutti noi, in fondo, vorremmo si svolgesse sotto le nostre palpebre chiuse nel momento supremo; quando nel buio che ci avvolgerà aspetteremo di vedere apparire qualcuno che eroico ed ostinato verrà a salvarci.
L'Imperiale Spedizione Antartica



Fonti, rimandi, ispirazioni e fanatismi:
Tutta l'avventura dell'Endurance (in inglese):
http://www.antarcticconnection.com/antarctic/shackleton/index.shtml
Le foto di Frank Hurley, su carta Kodak: http://www.kodak.com/US/en/corp/features/endurance/
"South" il libro di memorie, in inglese, scritto da Shackleton:
La puntata di Superquark dedicata alla spedizione: http://www.youtube.com/watch?v=iX6d8PGbUWQ

Endurance. L'incredibile viaggio di Shackleton al polo sud di Alfred Lansing ed. TEA






martedì 5 luglio 2011

Musica per giovani Arieti: il secondo album del 1973 di Franco Battiato

Anno di lotte, il 1973 in Italia. Lottano i giovani di destra e di sinistra per le strade, lottano i fratelli Mattei prima di finire avvolti dalle fiamme a Primavalle, lotta Franca Rame per sfuggire al rapimento e allo stupro di gruppo, lotta, non si sa bene a nome di chi, l’anarchico che fa esplodere una bomba assassina alla questura di Milano.  

Nel campo della scena musicale che allora si diceva alternativa, lotta anche un ventottenne Franco Battiato, che aveva già appassionato e diviso la critica con le fascinazioni genetiche di "Fetus", il suo primo album. Il giovane compositore si butta a capofitto nel 1973 con i furori ambientalisti di "Pollution", un album che raggiunge i primi posti in classifica e che viene portato in tour con folli happening che spaziano dal Festival di Re Nudo al Be In di Napoli. Gli echi di quella musica fanno gridare al genio persino Karl Heinz Stockhaushen e Frank Zappa. Nel clima movimentista, però, Battiato si trova a disagio e cova un malessere profondo. La sua lotta, così, diventa interiore. Si trova, un giorno, a New York, in una stanza d’albergo dove tutto gli appare di plastica, dal cielo alla razza umana “che non ha mai avvertito la pochezza vertiginosa del suo stato, l’assurdità di un’esistenza meccanica”. Deve decidere se suicidarsi o continuare a vivere. Sceglie in un certo senso entrambe le cose e congeda alla fine del 1973 il suo secondo album di quell’anno:  Sulle corde di Aries, un inno di appartenenza e di liberazione, “un viaggio terapeutico di pulizia, un disco psicoanalitico” in cui la memoria seleziona tra le cose irrimediabilmente perdute quelle che mantengono ancora un nucleo vitale, salvandole dalla furia del tempo e caricandole di valori, parola su cui non a caso fa perno l’intero disco.
Sulle corde di Aries è un lavoro destinato a spiazzare del tutto il pubblico di allora e non lascia alcuna traccia di sé nelle classifiche di vendita. Il nuovo Battiato ripropone per il suo disco il sintetizzatore, che non viene però più utilizzato come un giocattolo, ma come una vera e propria macchina del tempo sonora. A raffinare l'opera si affida per la prima e unica volta nella sua carriera a musicisti e suoni jazz, utilizzati in maneira del tutto originale, come un latino per chiamare i fedeli al tempio.
Sulle corde di Aries si apre con “Sequenze e frequenze” un brano dall’incipit sinistro e cigolante, da cui affiora la lama di una voce solenne e lontanissima, emersa dalla tempra ancora incandescente di umori sentimentali: “la maestra in estate ci dava ripetizioni nel suo cortile. Io stavo sempre seduto sopra un muretto a guardare il mare.” Con queste parole per la prima volta Battiato dà le spalle al suo pubblico e addita qualcosa di lontano e vagamente pauroso. Per farsi coraggio, dopo le sequenze autobiografiche, ci si sintonizza su frequenze sonore plasmate da tamburelli, synth in cui pare di indovinare i motori di una nave, campanelli, gocce d’acqua, trilli per oltre 10 minuti che potrebbero sembrare 100 e che evitano le tentazioni sinfoniche di tanto progressive contemporaneo. Qualcuno parla di influenze minimaliste, ma ignora che si tratta più probabilmente di un battesimo.
Il lato B dell’album comincia con "Aries" un brano strumentale in cui sembra di cogliere nelle improvvisazioni jazzate il balzo dell’Ariete che celebra la primavera e la nascita di Venere. Segue il brano più toccante dell’album:  "Aria di rivoluzione" un lavoro controcorrente che introduce il motivo autobiografico e memoriale del padre emigrato in Abissinia per svolgere il lavoro di autista. Sono gli anni in cui l’Europa conosce l’orrore della seconda guerra mondiale e le sirene d’allarme si erano sostituite alle canzoni nello scandire il tempo delle popolazioni in guerra.
In Aria di rivoluzione quegli anni lontani sono sovrapposti alla contemporaneità che non riusciva a tenere a freno la violenza di certi estremismi e, come reazione, si individua nella propria generazione il desiderio di nuovi valori che non passano da rivoluzioni armate e dalle conseguenti rappresaglie.
È come se nel pieno della guerra civile che interessava tanti (troppi) suoi coetanei, Battiato chiamasse a raccolta sensibilità affini per incitarle ad una rivoluzione liberatoria e condannando con lucidità critica gli eccessi violenti di quel tempo. Il richiamo ai valori, si diceva, sembra il cardine del disco. A sentirla pronunciare è una parola che suscita subito l’immagine di qualche allegorico guerriero scolpito in basso rilievo. Qualcosa che si guarda di profilo e che il giovane Battiato affronta di petto, tagliando i ponti col passato recente e riallacciandoli con un passato addirittura prenatale.
È curioso notare come  Aria di rivoluzione, a distanza di quasi 40 anni dalla sua pubblicazione, abbia mantenuto intatta la vitalità passando da invito a frenare gli istinti sanguinari e ciechi di tutta una generazione a rappresentare uno scossone per le nuove generazioni in letargo, additando loro i valori della profondità e della ricerca.
La musica per giovani arieti del 1973 si chiude con “Da oriente ad occidente” dove radio Tirana e le cavigliere del katakali sembrano suonare davvero e non sono solo evocate. Ritornano l’immagine primaverile di Venere, i segnali che manda la Terra, il desiderio di partire allontanandosi dal padre (che è poi soprattutto la patria, la Sicilia).
Come si è visto “Sulle corde di Aries” è un album seminale per la carriera di Battiato, i cui temi fioriranno qua e là nella produzione futura del musicista siciliano. Forse per questo risulta abbastanza trascurato nella sua produzione. A me pare, invece, il classico disco che non può mancare nella discoteca di chi ama la musica.
Enzo Di Mauro, non del tutto a torto, ha ritenuto di riassumere la carriera di Battiato come quella del rivoluzionario mancato che “ha perduto, ma ha vinto come emblema, come stemma, come icona di un’epoca che egli ha creduto di maledire”. Questo tipo di critica, però, deve fare i conti con questo album inattuale e atemporale. Con Sulle corde di Aries Battiato sale sul monte più alto e soffia un lungo richiamo in un corno di Ariete, prima di consegnarsi ad una ricerca dapprima freddamente intellettuale e poi sempre più elitaria, fino a riemergere come dissacrante icona pop di successo e poi ancora, fino a condursi nell’olimpo della musica italiana con "Fisiognomica". L’album in cui trovano compimento artistico i temi siciliani, della decadenza di oriente ed occidente, della ricerca spirituale. Ma a questo punto appare chiaro che parliamo di una vetta raggiunta issandosi sulle corde di Aries.
 

martedì 7 giugno 2011

La scomparsa di Franco Rasetti

 
I Ragazzi di Via Panisperna. Rasetti è il secondo da destra.

Indagando sulla scomparsa di Ettore Majorana, Leonardo Sciascia ipotizzò che il matematico avesse presagito i possibili effetti distruttivi delle sue scoperte sull’atomo e per questo si fosse nascosto per sempre in qualche convento. Lo scrittore di Racalmuto non sapeva, forse, che tra i giovani esploratori del nucleo atomico di Via Panisperna, ve ne era uno che ebbe la stessa lucida visione e decise di scomparire, seppure a suo modo e in circostanze molto meno misteriose, per analoghi motivi: si chiamava Franco Rasetti.

Rasetti era riuscito comunque a ritagliarsi una piccola parte nella storia della letteratura italiana. Da ragazzo, infatti, era solito frequentare la casa di Natalia Ginzburg che si ricordò di lui al momento di scrivere Lessico Famigliare. Con poche pennellate conosciamo quello che secondo il padre della scrittrice era un ragazzo arido, perché rimaneva ostinatamente indifferente a tutte le discussioni politiche. La Ginzburg, invece, seppe cogliere lo sguardo vivace e l’anima raffinata di un ragazzo capace di parlare tre lingue, di elencare il nome scientifico di migliaia di insetti (aveva imparato già a sei anni) e di scrivere dei bei versi dopo un’escursione in montagna.

In realtà la mente razionale di Rasetti non amava la politica perché era una disciplina in cui si poteva dire tutto e il suo contrario, senza possibilità di verifiche. Aveva la stessa opinione della filosofia, da cui comunque si congedò con un 9 alla maturità liceale. La materia in cui questo originale ragazzo aveva il voto più basso era fisica che trovava noiosa e a cui si applicava con difficoltà. Le leggi della materia tornarono a presentargli il conto qualche anno più tardi, quando era già iscritto alla Facoltà di Ingegneria. Ci vollero, tuttavia, i migliori atomi del tempo, quelli a base carbonio organizzati intorno al genio di Enrico Fermi. Rasetti rimase affascinato dal giovane coetaneo di cui divenne amico fraterno e, col senso di sfida che gli era proprio, si iscrisse a Fisica per colmare le sue lacune ed ascoltare le lezioni dello studente che ne sapeva più dei professori.

Ha inizio così un sodalizio che li vede protagonisti di scoperte strabilianti e scorribande goliardiche al limite della denuncia. Secondo i soprannomi che si diedero quei giovani ricercatori Fermi, il teorico, era detto per la sua infallibilità il “papa”,  mentre lo sperimentale Rasetti era “il venerabile maestro”. Il soprannome gli derivava dall’agilità con cui si muoveva in ogni campo del sapere umano. La moglie di Fermi lo ricordò in suo libro per la cultura enciclopedica che si divertiva ad ostentare con tutti. “Fantastico! Quindi voi non sapete che…” era l’espressione a cui era solito far seguire la citazione in lingua originale di uno scrittore europeo, la misura della superficie dell’Afghanistan, un concetto di fisica quantistica o qualche strana abitudine di un insetto.

In laboratorio era implacabile nel ricercare la perfezione e costruiva da sé e in economia le apparecchiature utili per gli esperimenti. La sua perizia tecnica consentì al gruppo di Via Panisperna di raggiungere risultati superiori a quelli dei colleghi che godevano di finanziamenti infinitamente superiori nel resto del mondo. Fu lavorando in solitudine negli Stati Uniti d’America e con strumenti auto costruiti che Rasetti si segnalò a nemmeno trenta anni alla comunità scientifica con importanti scoperte sull’effetto Raman.
Già dai primi tempi della sua carriera fu un convinto difensore della ricerca pura e non nutriva nessuna ansia sulle applicazioni delle scoperte scientifiche; non c’era esperimento che non potesse aspettare le lunghe vacanze estive o le escursioni sulle cime di tutto il mondo dove accompagnava Heisenberg, Fermi, Segrè e, più tardi, i suoi studenti. Dopo gli studi sull’effetto Raman tornò a Roma dove rimase, contribuendo a tutte le scoperte che valsero il Nobel a Fermi, fino allo scioglimento del gruppo.

Fermi e Rasetti
Pur rimanendo profondamente apolitico, era disgustato dalle leggi razziali e dall’Italia fascista. Emigrò nel 1939 in Canada, presso la piccola Università di Laval dove la parabola della sua carriera di scienziato divenne del tutto originale. Fermi lo aveva preceduto oltreoceano di qualche mese e i due amici non si sarebbero più rivisti, se non in un’unica e fuggevole occasione.

Non potendo assecondare la sua passione per l’entomologia (si accorse con orrore che per migliaia di kilometri quadrati i boschi del Canada ospitavano una varietà ristrettissima di insetti e quasi esclusivamente mosche e zanzare) si dedicò alla paleontologia, leggendo da autodidatta i libri che trovò alla biblioteca universitaria. Sviluppò questo interesse negli stessi anni in cui il mondo scientifico giocava una partita decisiva per il proprio futuro. Nel 1941, infatti, Rasetti fu invitato a partecipare ad un programma di ricerca che sarebbe confluito nel progetto Manhattan per la costruzione della prima bomba atomica. Da subito contrario alla compromissione della fisica con l’industria bellica e con il potere in genere (dichiarava spesso che “la scienza non può vendere l’anima al diavolo”) abbandonò gli studi sui neutroni e l’atomo per dedicarsi ai raggi cosmici, quelle particelle di energia provenienti dal sole o da altri corpi celesti che colpiscono la Terra. Anche in questo campo operò scoperte decisive. 

Rifiutando la scalata all’atomo, lasciò sul sentiero dei colleghi dei giudizi che pesano come macigni aguzzi. Queste le parole con cui ricorda quei giorni: “Dopo matura deliberazione declinai l’offerta, e poche furono le decisioni prese nella mia vita che ebbi a rimpiangere meno di questa. Ero convinto che nessun bene sarebbe potuto derivare da nuovi e più mostruosi mezzi di distruzione, e gli eventi successivi confermarono pienamente i miei sospetti. Per quanto malvagie fossero le potenze dell’Asse, era chiaro che anche i loro avversari stavano sprofondando, nella condotta della guerra, a un livello morale (o piuttosto immorale) simile, come testimonia il massacro di 200.000 civili giapponesi a Hiroshima e Nagasaki»
E ancora: “Devo ammettere che scoprire i segreti della Natura è tra le cose più affascinanti che ci possano essere. Ma può darsi che qualcosa sia insieme molto affascinante e molto pericoloso... Penso che gli uomini dovrebbero interrogarsi più a fondo sulle motivazioni etiche delle loro azioni. E gli scienziati, mi dispiace dirlo, non lo fanno molto spesso.” E per finire: "Tra tutti gli spettacoli disgustosi di questi tempi ce ne sono pochi che eguagliano quello dei fisici che lavorano nei laboratori sotto sorveglianza militare per preparare mezzi più violenti di distruzione per la prossima guerra"

Da questo giudizio severissimo, che gli creò non poche inimicizie, cercò di salvare l’amico di sempre Enrico Fermi. Tratteggiandone la vita in numerose opere commemorative, sorvolò sempre sull’impegno di questi a Los Alamos, con una eleganza pari a quella con cui conduceva gli esperimenti di laboratorio.
Avvertendo drammaticamente le responsabilità della scienza nei confronti delle sue stesse scoperte, Rasetti rinunciò progressivamente a proseguire le ricerche nel campo della fisica e si dedicò alla geologia e alla paleontologia, che trovava più consone al suo modo di intendere la ricerca.
Anche in queste discipline divenne presto un’autorità ed è decisivo il suo contributo allo studio del Cambriano, il periodo della storia della Terra in cui si sviluppò la vita acquatica. La paleontologia era un territorio appartato e disabitato, dove Rasetti poteva continuare a fare ricerca senza assilli e sfogando la sua furia classificatrice nella sistemazione di migliaia di fossili di trilobiti, alcuni dei quali scoperti da lui stesso per la prima volta. Per questi, che sono i primi esseri viventi a mostrare una certa complessità, propose classificazioni alternative che vennero presto accettate dai colleghi di tutto il mondo con cui si confrontava da pari e che lo interpellavano come si interpella un vate.

Un trilobita disegnato da Rasetti
Fu l’ultimo sopravvissuto di quei ragazzi che da Via Panisperna cambiarono non solo il mondo della fisica. Morì centenario in Belgio, nel 2001, dimenticato dal mondo della scienza moderna che lo considerava il prototipo dello scienziato del passato. Lui, che non concepiva una ricerca in cui lo scienziato non ha piena consapevolezza di tutti i momenti dell’esperimento e che in nome dell'integrità morale aveva rinunciato a premi e riconoscimenti (probabilmente anche al Nobel), si dedicò ancora alla fotografia e alla classificazione dei fiori alpini, trascorrendo magnifiche giornate a contatto di quella natura che amava più degli uomini.
Pare di poter leggere il pacifismo di Rasetti come il gesto estremo di un conservatore che ha compreso, forse per aver letto Faust, che nel corpo a corpo che l’uomo ha ingaggiato con la natura, la scienza ha inferto delle ferite mortali: quelle dell'oppressione del potere, dell’irrazionalità della guerra, del possesso demoniaco. Lui era disposto a scarcerare solo le impronte dei fossili dalla loro matrice rocciosa. Aveva scelto di abitare quel territorio sempre meno vasto e incorrotto che anteponeva la ricerca al risultato, la bellezza alla conoscenza, quello che ti rende soddisfatto per le simmetrie di un’orchidea di montagna o per l’insetto immortalato da milioni di anni in una goccia di ambra.

Fonti, rimandi, ispirazioni e fanatismi:
Il sito dell'Associazione che ne conserva memoria http://www.francorasetti.it/
Note biografiche e il no al nucleare:  http://gircse.marginalia.it/sciascia/rasetti.htm
L'intervista realizzata da Judith Goodstein: http://oralhistories.library.caltech.edu/70/01/OH_Rasetti.pdf

Franco Rasetti. Una biografia scientifica di Cristiano Buttaro, Arcangelo Rossi Ed. Aracne

Il ragazzo di via Panisperna. L'avventurosa vita del fisico Franco Rasetti di Valeria del Gamba Ed. Bollati Boringhieri


giovedì 28 aprile 2011

L'inventore che trovò occupato il telefono della Fortuna


Se non si trattasse di un’esistenza reale, si potrebbe raccontare la storia di Antonio Meucci come un melodramma che scivola di tanto in tanto nell’opera buffa.
Il sipario si apre a La Havana, su un uomo con un elettrodo in bocca e dei fili attaccati alla testa. Ha appena ricevuto una potente scarica elettrica che lo ha fatto urlare con un grido da tenore. Accanto a lui si trova il protagonista della nostra storia, quello che ha scaricato alcune decina di volt sul malcapitato. Non è un aguzzino, ma un improvvisato dottore di elettroterapia medica. Si chiama Antonio Meucci e ha appena scoperto che l’elettricità può trasmettere la voce umana.
È l’autunno del 1849. Nello stesso istante, a diverse longitudini di distanza, in Scozia, Alexander Bell, che tutto il mondo celebrerà come l’inventore del telefono, è anche lui alla prese con degli urli. Sono quelli di un bambino di due anni e non può essere diversamente visto che quella è la sua età.

Ma cosa ci faceva un italiano a Cuba, a metà del diciannovesimo secolo? Meucci si trovava sull’isola ormai da 14 anni, un po’ esule, un po’ emigrato economico. Era nato nel 1808 in quartiere popolare di Firenze ed era stato doganiere, patriota liberale, carcerato per ragioni politiche, capo macchinista al teatro della Pergola, innamorato della giovane sarta Ester Mochi, che aveva sposato. Era stato, insomma, un giovane ostinato ed appassionato. Nel 1835, stanco del Granduca di Toscana e delle scarse opportunità lavorative, si imbarcò da Livorno con la moglie, accettando la scrittura di un impresario catalano per operare al teatro de La Havana, uno dei più grandi ed importanti al mondo. Grazie ad alcune sue trovate sceniche e agli studi di galvanizzazione che applicò ad accessori militari, ben presto Meucci diventò un uomo ricco. L’invenzione della macchina per l’elettroterapia per curare i reumatismi, infine, ne fece uno degli uomini più agiati e rispettati della capitale cubana. Nel 1850, tuttavia, i movimenti insurrezionali contro l’amministrazione coloniale spagnola costrinsero Meucci a trasferirsi negli Stati Uniti d’America. Si chiude qui il primo atto di una vita fino a quel momento fortunata.

La scena si sposta a New York dove Meucci e la moglie si stabilirono comprando un cottage a Staten Island. A New York l’inventore incontrò tanti connazionali esuli e diventò il loro punto di riferimento, impiegando parecchi italiani presso la fabbrica di candele che commercializzava grazie ad una sua personale procedura di produzione. Assunse come lavorante anche Garibaldi, già famoso ed in esilio, con cui strinse amicizia. Per un italiano che non sapeva parlare l’inglese, però, l’America non è un paese facile. Sono gli anni in cui la Commissione per l’immigrazione descrive gli italiani come persone “il cui carattere, che appartiene a un ordine di intelligenza inferiore, rende impossibile conservare gli ideali più alti della moralità e civiltà americana.” Sul  New York Times si possono leggere feroci descrizioni degli italiani che “hanno portato in questo Paese gli istituti dei fuorilegge, le pratiche degli sgozzatori, l’omertà della società del loro Paese, sono per noi un flagello senza remissione”.

In questo clima Meucci si muove col suo genio inesauribile, ma dimostrando i suoi limiti come uomo d’affari. La concorrenza, la diffidenza degli americani, le truffe di un faccendiere statunitense che promette di curargli gli interessi e gli procura solo creditori e una serie di rovesci economici, lo costrinsero a chiudere prima la fabbrica di candele, poi quella di birra che l’aveva sostituita. In poco tempo l’italiano ricco giunto da Cuba era ridotto sul lastrico. Come se non bastasse, negli stessi anni, la moglie si ammalò di una grave forma di artrite reumatoide. Le disgrazie, però, non abbatterono Meucci che continuò a mantenere Ester grazie ad una serie di brevetti (bevande gasate al gusto di frutta, fogli di carta particolarmente resistenti, sughi pronti per la pasta). L’idea fissa, tuttavia, era quella del telegrafo parlante di cui aveva avuto intuizione a Cuba e che perfezionava ogni giorno anche per tenere le comunicazioni dal suo studio alla stanza in cui la moglie era costretta a letto. Intorno al 1861 fu pronto il prototipo, che lui aveva battezzato “telettrofono” Siracconta che ad Ester toccò la prima battuta: "Meucci, come stai?" e il marito: "Vuoi che ti preparo gli spaghetti?". Un dialogo che cova, nella sua tenera banalità, l'embrione di miliardi di conversazioni all'apparecchio telefonico.

La condizione economica dei Meucci, tuttavia, era ormai prossima alla miseria e Antonio non possedeva i 250 dollari necessari al brevetto della sua invenzione. Il 30 luglio 1871, per di più, la fortuna continuò a guardare lontano, forse verso Cuba, che aveva raggiunto l’indipendenza, forse verso l’Italia anch’essa libera e una. Non di certo verso un anziano inventore italiano a bordo di un ferry boat diretto da New York a Staten Island. L’esplosione dei motori di bordo costrinse Meucci  ad una lotta di  tre mesi tra la vita e la morte. Ester nel frattempo, oppressa dai debiti, vendette ad un rigattiere per 6 dollari tutti i prototipi e i disegni sul telefono del marito. 
Meucci, tuttavia, aveva una vitalità straordinaria. Si riprese, realizzò nuovamente i suoi modelli e, grazie ad una colletta tra i connazionali, riescì ad ottenere un brevetto provvisorio sul telettrofono che rinnoverà solamente dal 1871 al 1873. 
Nel 1872, inoltre, Meucci consegnò i disegni del suo apparecchio al vicepresidente dell’American District Telegraph di New York che però non ne presagì le potenzialità, finendo addirittura per smarrire tutta la documentazione. Purtroppo per l’italiano, in quella stessa società  lavorava come consulente Alexander Graham Bell che nel 1876 presentò all’ufficio brevetti il proprio apparecchio telefonico che da lì a poco lo renderà il ricchissimo padrone di un impero delle telecomunicazioni. A Meucci non restò che la strada processuale contro “l’usurpatore Bell, il ladro di genio altrui”, come lo definisce in una sua lettera. Noi non saremo così severi con Alexander Bell. Il rivale di Meucci era in fondo un filantropo, speculare all’italiano in genialità e nello scarso fiuto per gli affari. Venne estromesso quasi subito dalle posizioni di potere della società che portava il suo nome e tornò a dedicarsi, con sicuro effetto ironico, ai sordomuti, gli unici che sarebbero rimasti divinamente indifferenti a tutto il can can sul telefono. 

Pur con il sostegno di tutta la comunità italiana a Staten Island, Meucci sarà costretto a lunghi dibattimenti processuali con Alexander Bell. È un processo di cui l’inventore italiano non vedrà comunque l’esito a causa della morte, avvenuta nel 1889 ad 81 anni di età. Nelle sue ultime lettere, ormai rassegnato, pare di poter avvertire più l’amarezza per la lontananza ultracinquantennale dall’Italia che non quella per lo scippo del telefono.
La paternità dell’invenzione che ha abolito gli spazi ed aperto le porte alla modernità rimane uno dei casi più discussi nelle aule di tribunale. Il processo si concluderà senza un vero vincitore, quando il Governo degli Stati Uniti deciderà di non dare più corso alla causa contro Bell. Quando parlano dell’invenzione del telefono, tuttavia, i libri scolastici, le enciclopedie, i manuali, i quiz televisivi di tutto il mondo ricordano solo Alexander Bell. Meucci, ad esclusione dell’Italia, è un nome ignoto ai più. Si deve agli studi e alla appassionata ricerca di Basilio Catania (recentemente scomparso) se il caso Meucci è stato riaperto. Solo nel 2002, ad oltre 130 anni di distanza dalla prima conversazione “telettrofonica” tra Antonio ed Ester, il Congresso Americano, spinto da nuovi documenti tecnici e storici e con l’impulso di diversi deputati italo americani riconoscerà ufficialmente il contributo prioritario di Meucci nell’invenzione dell’apparecchio telefonico. 
Mi piace pensare che nel regno delle anime trapassate Antonio Meucci sia riuscito a dipanare il filo che consente di comunicare con i vivi, potendosi consolare così del suo sfortunato transito terrestre e della gloria mancata e rendendo  anche quel mondo di ombre meno vasto e meno triste.



fonti, rimandi, ispirazioni e fanatismi:
Il sito di Basilio Catania:: http://www.chezbasilio.it/meucci.htm
La pagina di wikipedia:  http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Meucci
La puntata dedicata a Meucci da La Storia siamo noi: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=92
Il sito del museo Garibaldi - Meucci a New York: http://pub1.andyswebtools.com/cgi-bin/p/awtp-home.cgi?d=garibaldi-meucci-museum

sabato 12 marzo 2011

Il mago che fece sparire se stesso

Il più grande  giocatore di calcio della storia è nato in una povera famiglia dell’America Latina e ha raggiunto la popolarità negli anni ’80 giocando in Europa, dove ha mostrato classe, eleganza e sregolatezza. Se state pensando a Diego Armando Maradona, ci siete andati vicini, perché stiamo parlando di Jorge Magico Gonzalez che anche il Pibe de Oro riteneva superiore a sé stesso. Se il nome di Gonzalez risulta sconosciuto ai più e si guadagna di diritto un posto in questo blog è perché talvolta il talento deraglia dal binario del successo e si distende su una spiaggia a sorseggiare fino a tarda notte un mojito, in compagnia di tre o quattro puttane in bikini. È più o meno così che Magico Gonzalez ha felicemente dissipato il suo genio calcistico.
Jorge Alberto González Barillas è nato a San Salvador nel 1958, ultimo di 8 figli. Diventa mago a sedici anni, durante una partita di calcio in cui guida la sua squadra ad una vittoria in rimonta per 3-1, segnando un gol e regalando decine di dribbling e finte che fanno impazzire gli avversari ed esaltano un giornalista in tribuna che gli affibbia il soprannome che lo accompagnerà per tutta la sua avventura calcistica.
Nello stesso anno in cui si guadagna il titolo di mago, la squadra messicana del Gudalajara lo visiona, ma decide di non metterlo sotto contratto. Il ragazzo è bravo, ma ha le spalle come un attaccapanni, il fisico gracile, l’aspetto trasandato, i capelli lunghi. È la fortuna del FAS, la squadra salvadoregna che lo acquista, a soli 17 anni, per una cifra favolosa. Grazie agli incantesimi del Mago il FAS vince due titoli nazionali e una Coppa dei Campioni CONCACAF, la competizione riservata a squadre del nord e centro America.

La ciliegina sulla torta della sua carriera è però la storica qualificazione della nazionale salvadoregna al mondiale di Spagna ’82 (González è anche il miglior marcatore nella storia della sua Nazionale, con 41 reti). El Salvador gioca solo tre partite al Mundial, perdendole tutte, ma Gonzalez  viene eletto tra i migliori 11 giocatori del torneo e diversi club europei si interessano a lui. Tra questi il Paris St Germain i cui dirigenti vengono piantati in asso, con le loro stilografiche in oro e le borsette di pelle, in un albergo in cui si erano dati appuntamento col calciatore per firmare il contratto d’ingaggio. “Troppa responsabilità” si giustificò il nostro. In Italia lo contattano Fiorentina, Sampdoria e Atalanta, ma il Mago, snobbando contratti milionari e boicottando i provini, incredibilmente sceglie il Cadice, una squadra spagnola di classifica medio bassa, legandosi d’amore eterno alla città e ai suoi abitanti (soprattutto a quelli di sesso femminile). A suon di finte, dribblng e con una visione di gioco quasi profetica, diventa l’idolo dei tifosi che gli perdonano volentieri il suo amore per la vita notturna e una quantità enorme di allenamenti saltati. È a Cadice che acquisisce il soprannome definitivo di Magico.

Ed è sempre a Cadice che fioriscono gli aneddoti sul suo conto.
Divenuto celebre per la quantità di sonno arretrato, il Cadice assume un dipendente incaricato di svegliarlo al mattino. Si racconta anche che un compagno di squadra introdusse nella stanza di Magico la banda del paese per tirarlo giù dal letto (e lui si svegliò, “ma solo perché la musica mi piaceva” tenne a precisare). Un’altra volta, per sfuggire  ai controlli del suo allenatore, dormì per tutta la notte nella cabina del DJ di una discoteca. Capitò anche se si presentasse al campo d’allenamento senza scarpe perché le aveva donate ad uno zingaro e non si contano le volte che si fermava a giocare coi bambini di Cadice per strada. Alternava queste prodezze poco sportive ad autentici sortilegi sul campo di gioco. Consapevole di essere attraversato dallo spirito del futbòl non amava esultare troppo dopo un gol, come se il rigonfiarsi della rete alle spalle del portiere non fosse altro che una Necessità a cui piegarsi con mitezza.
Anche a Magico, come a tutti, capitò una grande occasione e ovviamente lui la mandò col culo a terra con una finta delle sue. In una estate a metà degli anni ‘80 fu invitato a vestire la maglia del Barcellona, a fianco di Maradona, per una tournèe negli Stati Uniti. Gonzalez azzerò le sue chance di ingaggio durante una notte in hotel, quando al suono dell’allarme anti incendio fu l’unico dei giocatori a non presentarsi nella hall. Lo trovarono in stanza, impegnato nel numero della riproduzione umana con una spettacolare californiana che aveva rimediato lì per lì. “Non sono stato io” si limitò a dire ai dirigenti. L’episodio più incredibile di questo bohemien del pallone, tuttavia, è legato alle semifinali del "Trofeo Carranza", e sembra rubato alla penna di Osvaldo Soriano. Il Cadice affronta in casa il Barcellona, ma Magico non è nell’undici iniziale in quanto non si è presentato all'inizio della partita e nessuno sa dove sia. L’allenatore se lo vede spuntare alla fine del primo tempo ancora gonfio di sonno, quando il Cadice è sotto per 3 – 0. Ignorando la volontà del presidente che,  furibondo, vorrebbe cacciarlo, il mister sceglie di metterlo in campo per i secondi 45 minuti. El Magico recita i suoi abracadabra al pallone, segna due reti spettacolari  e regala due assist vincenti per il 4-3 con cui il Cadice si aggiudica la gara in uno stadio impazzito di gioia.

Una volta ha dichiarato: “Riconosco che non sono un santo, che mi piace la notte e che la voglia di far baldoria non me la toglie neanche mia madre. So che sono un irresponsabile e un cattivo professionista, e può essere che stia sprecando l'opportunità più grande della mia vita. Lo so, ma ho una pazzia in testa: non mi piace approcciarmi al calcio come ad un lavoro. Se lo facessi non sarei me stesso. Gioco solamente per divertirmi.”
E con la casacca numero 11, Magico Gonzalez ha giocato e si è divertito fino ad oltre 40 anni, ma quando si sono spente le luci degli stadi, anche quello che El Salvador ha intitolato col suo nome e soprannome, anche quelle dei teatri dove è stato rappresentato uno spettacolo a lui dedicato, Magico è tornato ad essere Jorge Alberto González Barillas che per campare ha guidato i taxi e oggi vive in una modesta casa di San Salvador. È ingrassato e ha una vita familiare disastrosa, con figli sparsi qua e là nel mondo. Dicono sia un po’ depresso, ma noi preferiamo pensare che abbia bisogno di dormire solo un altro po’, prima che inizi il secondo tempo.



Fonti, rimandi,ispirazioni e fanatismi:

http://www.youtube.com/watch?v=OMemVOhSLRw
htp://www.youtube.com/watch?v=xAsXozyqK5Y&feature=relatedhttp://it.wikipedia.org/wiki/M%C3%A1gico_Gonz%C3%A1lez
http://blogs.as.com/futblogging/2007/03/mgico_el_genio_.html
http://lacrimediborghetti.blogspot.com/2009/10/il-mago-pigro.html
http://www.futboldelux.com/2006/05/05/magico-gonzalez-el-mago/
http://www.worldlingo.com/ma/enwiki/it/M%C3%A1gico_Gonz%C3%A1lez/1
http://www.facebook.com/pages/Jorge-Magico-Gonzalez/29952075988?v=info
http://archivo.marca.com/futbol/magico_gonzalez/etapa.html
http://salvadorenosenelmundo.blogspot.com/2009/06/espana-el-pais-entrevista-el-magico.html
 

domenica 20 febbraio 2011

La magnifica desolazione del secondo uomo sulla Luna

La differenza tra un eroe dell’umanità e un pupazzo di neve saltellante è esattamente di 19 minuti e un secondo. Tanto trascorse dal momento in cui Neil Armstrong si immortalò poggiando il primo piede umano sulla superficie lunare, a quando fu raggiunto da Edwin Buzz Aldrin, il suo compagno d’avventura della missione Apollo 11. A Neil toccarono i libri di storia e a Buzz la sorte di apparire in uno schermo dietro alle spalle di Sinatra che canta Fly me to the moon, confuso con uno qualsiasi degli altri astronauti lunari con i loro goffi movimenti a balzi e una buffa tuta bianca indosso.
Eppure Buzz era il più serio candidato a diventare il primo essere umano sulla Luna. Era un veterano della guerra in Corea e, tra i 3 astronauti della missione Apollo 11,  il più anziano e quello con più esperienza nello spazio. Aveva conseguito un dottorato in astronautica fornendo contributi approfonditi riguardanti gli incontri tra veicoli in orbita terrestre e lunare, tanto da guadagnarsi il soprannome di “dottor rendez vous”. Anche il caso, questo divertito burattinaio che non sai mai se sia più artista o brigante di passo, sembrava scommettere apertamente su di lui, avendo previsto nel canovaccio della sua vita una madre di nome Moon.
Perché la Nasa scelse Armstrong e non Aldrin, non lo si sa di preciso. Qualcuno pensa che le ostentate simpatie massoniche non abbiano giovato a Buzz. Altri attribuiscono al suo caratteraccio molte inimicizie, che al momento decisivo gli remarono contro. Più probabilmente gli Stati Uniti preferirono affidare il compito ad un civile, quale era Armstrong, per non dare l’impressione al mondo che l’arrivo sulla Luna somigliasse a una conquista militare.
E così a Buzz Aldrin rimase l’etichetta di secondo uomo sulla Luna e un progressivo oblio. Sappiamo che c’era, ma non chi era. È sua, tuttavia, la voce che sentiamo salmodiare le cifre altimetriche che mandarono in bambola Tito Stagno, facendogli annunciare l’allunaggio in anticipo sul resto del mondo. Sono sue anche le prime parole pronunciate da un essere umano su un corpo non terrestre: “Contact light” disse non appena il sensore del modulo lunare accese la spia che gli rivelava di avere toccato il suolo.
E se Armstrong preparò (o improvvisò) quella frase riconoscibile come un verso shakespeariano, sul grande balzo dell’umanità, Aldrin si produsse in un sincero capolavoro poetico sull’estasi e lo sgomento per il paesaggio lunare: “Una magnifica desolazione”.

I due astronauti eseguirono diversi esperimenti scientifici, ma nella memoria collettiva rimangono soprattutto le immagini fotografiche di quell’allunaggio.
Per anni si è creduto che tutte le foto della missione Apollo 11 scattate sulla Luna ritraessero Aldrin e che questo fosse stato un gesto di ripicca di Buzz nei confronti dell’uomo che gli aveva sottratto il primato. Nei dialoghi lunari, in effetti, si può sentire Armstrong che chiede al compagno alcuni scatti, mentre Aldrin risponde frettolosamente di essere troppo impegnato in altre faccende. In verità esistono almeno un paio di foto che ritraggono il comandante di missione, ma tutte di cattiva qualità. E così, sui libri di storia, accanto al nome di Armstrong appare sempre una foto del dio della vendetta Seth con indosso la tuta di Aldrin.
souvenir lunare
Fu solo al ritorno sulla Terra che Buzz si rese conto di essere stato il protagonista del primo evento mediatico della storia dell’umanità e delle aspettative maniacali che si erano concentrate sugli astronauti. Fu con sincera meraviglia che si rivolse ad Armstrong nel delirio di capi di stato, giornalisti, folle pronte ad accoglierli come rock star interplanetarie durante parate fantasmagoriche: “Ci siamo persi tutto, Neil…”
Si erano preparati per anni ad andare sulla Luna, ma non erano pronti a ritornare sulla Terra.
Fu così che giorno dopo giorno la polvere lunare si depositò su di lui, zavorrandolo in una lenta discesa verso la depressione e l’alcoolismo. Già pochi anni dopo il suo viaggio Buzz capisce quanto sia duro interpretare da attore non protagonista il sogno dell’umanità, un sogno che sempre più veniva ricordato come un’anomalia storica, una promessa che non ci ha condotti dove ci si aspettava. Nel giro di tre anni, infatti, l’esperienza che rappresentò una smania collettiva per un’intera generazione bruciò tutta la sua entusiasmante potenzialità e finì per appassire come il sogno colorato dei figli dei fiori, sommerso dal montante conflitto razziale, dal Watergate, dai brutti sogni che tormentavano notte e giorno i reduci del Vietnam. Il mondo cambiava e non nella direzione che sembravano indicare i razzi spaziali. L’avventura che doveva aprire scenari impensabili per il genere umano è finita nel dimenticatoio, ricordata come un’impresa velleitaria, costosissima e sostanzialmente inutile, storicamente incardinata alle ragioni competitive della guerra fredda e recentemente sbiadita nella sua autenticità da uno sprovveduto complottismo.

Una prova dello sbarco: il percorso degli astronauti dell'Apollo 11visto dal satellite 
E mentre Armstrong si difendeva dal suo mito rinchiudendosi in un silenzio quasi claustrale, Aldrin provò a smitizzare l’esperienza. Raccontò in un libro che quei secondi di indugio sulla scaletta che lo avrebbe portato a toccare il suolo lunare erano dovuti ad un’esigenza fisiologica e che, in altre parole, era stato il primo uomo a pisciare sulla Luna. Rivelò un imbarazzante episodio accaduto nel modulo che ospitava i tre astronauti in quarantena, uno spazio angusto in cui dovevano stare accovacciati per affacciarsi dall’oblò che li mostrava al Presidente Nixon e alla folla. Ad un certo punto Buzz si rese conto con orrore che quando avrebbero suonato l’inno nazionale a loro sarebbe toccato alzarsi, esibendo al mondo intero la zona pelvica all’altezza della patta dei pantaloni! 
Il buon umore, tuttavia, non bastò e ci vollero due divorzi e un programma di disintossicazione dall’alcool per  ritrovare l’equilibrio. Oggi Aldrin è diventato il principale testimonial dell’esperienza umana sulla Luna.  Ha imparato, se non altro, a capitalizzare la sua esperienza e se volete una sua foto autografata che lo ritrae sulla scaletta del LEM poco prima di mettere piede sulla Luna (e ovviamente sì, poco dopo aver fatto pipì), dovete sborsare 400 dollari. Sostiene in tutti i modi il ritorno dell’uomo sulla Luna e lo sbarco su Marte, si difende dai molestatori  come Bart Sibrel, che gli intimava di giurare sulla Bibbia di essere stato veramente sulla Luna, assestandogli,  a 70 anni suonati, un pugno alla mascella.

Ballando con la Luna?

A lui si ispira, omaggiandolo, l’astronauta giocattolo Buzz Lightyear, il personaggio dei cartoni Pixar che nelle ricerche su google lo precede per fama (ancora!). In preda ad una frenesia tutta terrestre, ha inciso canzoni rap, collaborato alla scrittura di libri di fantascienza e gialli, partecipato all’edizione americana di “Ballando con le stelle”.

Insieme alla moglie Lois è un infaticabile conferenziere ed è un assiduo frequentatore dei social network Facebook e Twitter. Si legge sul suo sito ufficiale che gli piacerebbe tornare sulla Luna per verificare se le bandiera che piantò oltre 40 anni fa è ancora in piedi.
Adorabile Buzz, che non perdi il senso dell’umorismo e vorresti tornare ancora lassù, dove Warhol ti ha consegnato all’umanità come una colorata reliquia pop.
Io non riesco a sottrarmi al pensiero che per 21 ore il tuo indirizzo è stato sulla Luna, Mare della Tranquillità. A 380.000 chilometri di distanza la Terra dei portentosi continenti, delle forze marine, delle nuove frontiere, di primavere e carri armati, di pietre rotolanti, delle odissee spaziali prossime venture, dei riff lisergici, degli uomini che avevano un sogno, delle gioie, delle speranze e delle angosce moltiplicate per miliardi di esistenze, la Terra non era nulla più che un bagliore riflesso sul casco d’astronauta.



Fonti, rimandi,ispirazioni e fanatismi:

40 anni dopo

Sito ufficiale di Aldrin http://buzzaldrin.com/

Biografia di Aldrin sul sito della NASA http://www.jsc.nasa.gov/Bios/htmlbios/aldrin-b.html
The Apollo 11 flight journal http://history.nasa.gov/ap11fj/

Polvere di luna. La storia degli uomini che sfidarono lo spazio di Andrew Smith – Cairo Editore ISBN: 8860520320
Return to earth di Edwin Buzz Aldrin e Wayne Warga