giovedì 28 aprile 2011

L'inventore che trovò occupato il telefono della Fortuna


Se non si trattasse di un’esistenza reale, si potrebbe raccontare la storia di Antonio Meucci come un melodramma che scivola di tanto in tanto nell’opera buffa.
Il sipario si apre a La Havana, su un uomo con un elettrodo in bocca e dei fili attaccati alla testa. Ha appena ricevuto una potente scarica elettrica che lo ha fatto urlare con un grido da tenore. Accanto a lui si trova il protagonista della nostra storia, quello che ha scaricato alcune decina di volt sul malcapitato. Non è un aguzzino, ma un improvvisato dottore di elettroterapia medica. Si chiama Antonio Meucci e ha appena scoperto che l’elettricità può trasmettere la voce umana.
È l’autunno del 1849. Nello stesso istante, a diverse longitudini di distanza, in Scozia, Alexander Bell, che tutto il mondo celebrerà come l’inventore del telefono, è anche lui alla prese con degli urli. Sono quelli di un bambino di due anni e non può essere diversamente visto che quella è la sua età.

Ma cosa ci faceva un italiano a Cuba, a metà del diciannovesimo secolo? Meucci si trovava sull’isola ormai da 14 anni, un po’ esule, un po’ emigrato economico. Era nato nel 1808 in quartiere popolare di Firenze ed era stato doganiere, patriota liberale, carcerato per ragioni politiche, capo macchinista al teatro della Pergola, innamorato della giovane sarta Ester Mochi, che aveva sposato. Era stato, insomma, un giovane ostinato ed appassionato. Nel 1835, stanco del Granduca di Toscana e delle scarse opportunità lavorative, si imbarcò da Livorno con la moglie, accettando la scrittura di un impresario catalano per operare al teatro de La Havana, uno dei più grandi ed importanti al mondo. Grazie ad alcune sue trovate sceniche e agli studi di galvanizzazione che applicò ad accessori militari, ben presto Meucci diventò un uomo ricco. L’invenzione della macchina per l’elettroterapia per curare i reumatismi, infine, ne fece uno degli uomini più agiati e rispettati della capitale cubana. Nel 1850, tuttavia, i movimenti insurrezionali contro l’amministrazione coloniale spagnola costrinsero Meucci a trasferirsi negli Stati Uniti d’America. Si chiude qui il primo atto di una vita fino a quel momento fortunata.

La scena si sposta a New York dove Meucci e la moglie si stabilirono comprando un cottage a Staten Island. A New York l’inventore incontrò tanti connazionali esuli e diventò il loro punto di riferimento, impiegando parecchi italiani presso la fabbrica di candele che commercializzava grazie ad una sua personale procedura di produzione. Assunse come lavorante anche Garibaldi, già famoso ed in esilio, con cui strinse amicizia. Per un italiano che non sapeva parlare l’inglese, però, l’America non è un paese facile. Sono gli anni in cui la Commissione per l’immigrazione descrive gli italiani come persone “il cui carattere, che appartiene a un ordine di intelligenza inferiore, rende impossibile conservare gli ideali più alti della moralità e civiltà americana.” Sul  New York Times si possono leggere feroci descrizioni degli italiani che “hanno portato in questo Paese gli istituti dei fuorilegge, le pratiche degli sgozzatori, l’omertà della società del loro Paese, sono per noi un flagello senza remissione”.

In questo clima Meucci si muove col suo genio inesauribile, ma dimostrando i suoi limiti come uomo d’affari. La concorrenza, la diffidenza degli americani, le truffe di un faccendiere statunitense che promette di curargli gli interessi e gli procura solo creditori e una serie di rovesci economici, lo costrinsero a chiudere prima la fabbrica di candele, poi quella di birra che l’aveva sostituita. In poco tempo l’italiano ricco giunto da Cuba era ridotto sul lastrico. Come se non bastasse, negli stessi anni, la moglie si ammalò di una grave forma di artrite reumatoide. Le disgrazie, però, non abbatterono Meucci che continuò a mantenere Ester grazie ad una serie di brevetti (bevande gasate al gusto di frutta, fogli di carta particolarmente resistenti, sughi pronti per la pasta). L’idea fissa, tuttavia, era quella del telegrafo parlante di cui aveva avuto intuizione a Cuba e che perfezionava ogni giorno anche per tenere le comunicazioni dal suo studio alla stanza in cui la moglie era costretta a letto. Intorno al 1861 fu pronto il prototipo, che lui aveva battezzato “telettrofono” Siracconta che ad Ester toccò la prima battuta: "Meucci, come stai?" e il marito: "Vuoi che ti preparo gli spaghetti?". Un dialogo che cova, nella sua tenera banalità, l'embrione di miliardi di conversazioni all'apparecchio telefonico.

La condizione economica dei Meucci, tuttavia, era ormai prossima alla miseria e Antonio non possedeva i 250 dollari necessari al brevetto della sua invenzione. Il 30 luglio 1871, per di più, la fortuna continuò a guardare lontano, forse verso Cuba, che aveva raggiunto l’indipendenza, forse verso l’Italia anch’essa libera e una. Non di certo verso un anziano inventore italiano a bordo di un ferry boat diretto da New York a Staten Island. L’esplosione dei motori di bordo costrinse Meucci  ad una lotta di  tre mesi tra la vita e la morte. Ester nel frattempo, oppressa dai debiti, vendette ad un rigattiere per 6 dollari tutti i prototipi e i disegni sul telefono del marito. 
Meucci, tuttavia, aveva una vitalità straordinaria. Si riprese, realizzò nuovamente i suoi modelli e, grazie ad una colletta tra i connazionali, riescì ad ottenere un brevetto provvisorio sul telettrofono che rinnoverà solamente dal 1871 al 1873. 
Nel 1872, inoltre, Meucci consegnò i disegni del suo apparecchio al vicepresidente dell’American District Telegraph di New York che però non ne presagì le potenzialità, finendo addirittura per smarrire tutta la documentazione. Purtroppo per l’italiano, in quella stessa società  lavorava come consulente Alexander Graham Bell che nel 1876 presentò all’ufficio brevetti il proprio apparecchio telefonico che da lì a poco lo renderà il ricchissimo padrone di un impero delle telecomunicazioni. A Meucci non restò che la strada processuale contro “l’usurpatore Bell, il ladro di genio altrui”, come lo definisce in una sua lettera. Noi non saremo così severi con Alexander Bell. Il rivale di Meucci era in fondo un filantropo, speculare all’italiano in genialità e nello scarso fiuto per gli affari. Venne estromesso quasi subito dalle posizioni di potere della società che portava il suo nome e tornò a dedicarsi, con sicuro effetto ironico, ai sordomuti, gli unici che sarebbero rimasti divinamente indifferenti a tutto il can can sul telefono. 

Pur con il sostegno di tutta la comunità italiana a Staten Island, Meucci sarà costretto a lunghi dibattimenti processuali con Alexander Bell. È un processo di cui l’inventore italiano non vedrà comunque l’esito a causa della morte, avvenuta nel 1889 ad 81 anni di età. Nelle sue ultime lettere, ormai rassegnato, pare di poter avvertire più l’amarezza per la lontananza ultracinquantennale dall’Italia che non quella per lo scippo del telefono.
La paternità dell’invenzione che ha abolito gli spazi ed aperto le porte alla modernità rimane uno dei casi più discussi nelle aule di tribunale. Il processo si concluderà senza un vero vincitore, quando il Governo degli Stati Uniti deciderà di non dare più corso alla causa contro Bell. Quando parlano dell’invenzione del telefono, tuttavia, i libri scolastici, le enciclopedie, i manuali, i quiz televisivi di tutto il mondo ricordano solo Alexander Bell. Meucci, ad esclusione dell’Italia, è un nome ignoto ai più. Si deve agli studi e alla appassionata ricerca di Basilio Catania (recentemente scomparso) se il caso Meucci è stato riaperto. Solo nel 2002, ad oltre 130 anni di distanza dalla prima conversazione “telettrofonica” tra Antonio ed Ester, il Congresso Americano, spinto da nuovi documenti tecnici e storici e con l’impulso di diversi deputati italo americani riconoscerà ufficialmente il contributo prioritario di Meucci nell’invenzione dell’apparecchio telefonico. 
Mi piace pensare che nel regno delle anime trapassate Antonio Meucci sia riuscito a dipanare il filo che consente di comunicare con i vivi, potendosi consolare così del suo sfortunato transito terrestre e della gloria mancata e rendendo  anche quel mondo di ombre meno vasto e meno triste.



fonti, rimandi, ispirazioni e fanatismi:
Il sito di Basilio Catania:: http://www.chezbasilio.it/meucci.htm
La pagina di wikipedia:  http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Meucci
La puntata dedicata a Meucci da La Storia siamo noi: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=92
Il sito del museo Garibaldi - Meucci a New York: http://pub1.andyswebtools.com/cgi-bin/p/awtp-home.cgi?d=garibaldi-meucci-museum

sabato 12 marzo 2011

Il mago che fece sparire se stesso

Il più grande  giocatore di calcio della storia è nato in una povera famiglia dell’America Latina e ha raggiunto la popolarità negli anni ’80 giocando in Europa, dove ha mostrato classe, eleganza e sregolatezza. Se state pensando a Diego Armando Maradona, ci siete andati vicini, perché stiamo parlando di Jorge Magico Gonzalez che anche il Pibe de Oro riteneva superiore a sé stesso. Se il nome di Gonzalez risulta sconosciuto ai più e si guadagna di diritto un posto in questo blog è perché talvolta il talento deraglia dal binario del successo e si distende su una spiaggia a sorseggiare fino a tarda notte un mojito, in compagnia di tre o quattro puttane in bikini. È più o meno così che Magico Gonzalez ha felicemente dissipato il suo genio calcistico.
Jorge Alberto González Barillas è nato a San Salvador nel 1958, ultimo di 8 figli. Diventa mago a sedici anni, durante una partita di calcio in cui guida la sua squadra ad una vittoria in rimonta per 3-1, segnando un gol e regalando decine di dribbling e finte che fanno impazzire gli avversari ed esaltano un giornalista in tribuna che gli affibbia il soprannome che lo accompagnerà per tutta la sua avventura calcistica.
Nello stesso anno in cui si guadagna il titolo di mago, la squadra messicana del Gudalajara lo visiona, ma decide di non metterlo sotto contratto. Il ragazzo è bravo, ma ha le spalle come un attaccapanni, il fisico gracile, l’aspetto trasandato, i capelli lunghi. È la fortuna del FAS, la squadra salvadoregna che lo acquista, a soli 17 anni, per una cifra favolosa. Grazie agli incantesimi del Mago il FAS vince due titoli nazionali e una Coppa dei Campioni CONCACAF, la competizione riservata a squadre del nord e centro America.

La ciliegina sulla torta della sua carriera è però la storica qualificazione della nazionale salvadoregna al mondiale di Spagna ’82 (González è anche il miglior marcatore nella storia della sua Nazionale, con 41 reti). El Salvador gioca solo tre partite al Mundial, perdendole tutte, ma Gonzalez  viene eletto tra i migliori 11 giocatori del torneo e diversi club europei si interessano a lui. Tra questi il Paris St Germain i cui dirigenti vengono piantati in asso, con le loro stilografiche in oro e le borsette di pelle, in un albergo in cui si erano dati appuntamento col calciatore per firmare il contratto d’ingaggio. “Troppa responsabilità” si giustificò il nostro. In Italia lo contattano Fiorentina, Sampdoria e Atalanta, ma il Mago, snobbando contratti milionari e boicottando i provini, incredibilmente sceglie il Cadice, una squadra spagnola di classifica medio bassa, legandosi d’amore eterno alla città e ai suoi abitanti (soprattutto a quelli di sesso femminile). A suon di finte, dribblng e con una visione di gioco quasi profetica, diventa l’idolo dei tifosi che gli perdonano volentieri il suo amore per la vita notturna e una quantità enorme di allenamenti saltati. È a Cadice che acquisisce il soprannome definitivo di Magico.

Ed è sempre a Cadice che fioriscono gli aneddoti sul suo conto.
Divenuto celebre per la quantità di sonno arretrato, il Cadice assume un dipendente incaricato di svegliarlo al mattino. Si racconta anche che un compagno di squadra introdusse nella stanza di Magico la banda del paese per tirarlo giù dal letto (e lui si svegliò, “ma solo perché la musica mi piaceva” tenne a precisare). Un’altra volta, per sfuggire  ai controlli del suo allenatore, dormì per tutta la notte nella cabina del DJ di una discoteca. Capitò anche se si presentasse al campo d’allenamento senza scarpe perché le aveva donate ad uno zingaro e non si contano le volte che si fermava a giocare coi bambini di Cadice per strada. Alternava queste prodezze poco sportive ad autentici sortilegi sul campo di gioco. Consapevole di essere attraversato dallo spirito del futbòl non amava esultare troppo dopo un gol, come se il rigonfiarsi della rete alle spalle del portiere non fosse altro che una Necessità a cui piegarsi con mitezza.
Anche a Magico, come a tutti, capitò una grande occasione e ovviamente lui la mandò col culo a terra con una finta delle sue. In una estate a metà degli anni ‘80 fu invitato a vestire la maglia del Barcellona, a fianco di Maradona, per una tournèe negli Stati Uniti. Gonzalez azzerò le sue chance di ingaggio durante una notte in hotel, quando al suono dell’allarme anti incendio fu l’unico dei giocatori a non presentarsi nella hall. Lo trovarono in stanza, impegnato nel numero della riproduzione umana con una spettacolare californiana che aveva rimediato lì per lì. “Non sono stato io” si limitò a dire ai dirigenti. L’episodio più incredibile di questo bohemien del pallone, tuttavia, è legato alle semifinali del "Trofeo Carranza", e sembra rubato alla penna di Osvaldo Soriano. Il Cadice affronta in casa il Barcellona, ma Magico non è nell’undici iniziale in quanto non si è presentato all'inizio della partita e nessuno sa dove sia. L’allenatore se lo vede spuntare alla fine del primo tempo ancora gonfio di sonno, quando il Cadice è sotto per 3 – 0. Ignorando la volontà del presidente che,  furibondo, vorrebbe cacciarlo, il mister sceglie di metterlo in campo per i secondi 45 minuti. El Magico recita i suoi abracadabra al pallone, segna due reti spettacolari  e regala due assist vincenti per il 4-3 con cui il Cadice si aggiudica la gara in uno stadio impazzito di gioia.

Una volta ha dichiarato: “Riconosco che non sono un santo, che mi piace la notte e che la voglia di far baldoria non me la toglie neanche mia madre. So che sono un irresponsabile e un cattivo professionista, e può essere che stia sprecando l'opportunità più grande della mia vita. Lo so, ma ho una pazzia in testa: non mi piace approcciarmi al calcio come ad un lavoro. Se lo facessi non sarei me stesso. Gioco solamente per divertirmi.”
E con la casacca numero 11, Magico Gonzalez ha giocato e si è divertito fino ad oltre 40 anni, ma quando si sono spente le luci degli stadi, anche quello che El Salvador ha intitolato col suo nome e soprannome, anche quelle dei teatri dove è stato rappresentato uno spettacolo a lui dedicato, Magico è tornato ad essere Jorge Alberto González Barillas che per campare ha guidato i taxi e oggi vive in una modesta casa di San Salvador. È ingrassato e ha una vita familiare disastrosa, con figli sparsi qua e là nel mondo. Dicono sia un po’ depresso, ma noi preferiamo pensare che abbia bisogno di dormire solo un altro po’, prima che inizi il secondo tempo.



Fonti, rimandi,ispirazioni e fanatismi:

http://www.youtube.com/watch?v=OMemVOhSLRw
htp://www.youtube.com/watch?v=xAsXozyqK5Y&feature=relatedhttp://it.wikipedia.org/wiki/M%C3%A1gico_Gonz%C3%A1lez
http://blogs.as.com/futblogging/2007/03/mgico_el_genio_.html
http://lacrimediborghetti.blogspot.com/2009/10/il-mago-pigro.html
http://www.futboldelux.com/2006/05/05/magico-gonzalez-el-mago/
http://www.worldlingo.com/ma/enwiki/it/M%C3%A1gico_Gonz%C3%A1lez/1
http://www.facebook.com/pages/Jorge-Magico-Gonzalez/29952075988?v=info
http://archivo.marca.com/futbol/magico_gonzalez/etapa.html
http://salvadorenosenelmundo.blogspot.com/2009/06/espana-el-pais-entrevista-el-magico.html
 

domenica 20 febbraio 2011

La magnifica desolazione del secondo uomo sulla Luna

La differenza tra un eroe dell’umanità e un pupazzo di neve saltellante è esattamente di 19 minuti e un secondo. Tanto trascorse dal momento in cui Neil Armstrong si immortalò poggiando il primo piede umano sulla superficie lunare, a quando fu raggiunto da Edwin Buzz Aldrin, il suo compagno d’avventura della missione Apollo 11. A Neil toccarono i libri di storia e a Buzz la sorte di apparire in uno schermo dietro alle spalle di Sinatra che canta Fly me to the moon, confuso con uno qualsiasi degli altri astronauti lunari con i loro goffi movimenti a balzi e una buffa tuta bianca indosso.
Eppure Buzz era il più serio candidato a diventare il primo essere umano sulla Luna. Era un veterano della guerra in Corea e, tra i 3 astronauti della missione Apollo 11,  il più anziano e quello con più esperienza nello spazio. Aveva conseguito un dottorato in astronautica fornendo contributi approfonditi riguardanti gli incontri tra veicoli in orbita terrestre e lunare, tanto da guadagnarsi il soprannome di “dottor rendez vous”. Anche il caso, questo divertito burattinaio che non sai mai se sia più artista o brigante di passo, sembrava scommettere apertamente su di lui, avendo previsto nel canovaccio della sua vita una madre di nome Moon.
Perché la Nasa scelse Armstrong e non Aldrin, non lo si sa di preciso. Qualcuno pensa che le ostentate simpatie massoniche non abbiano giovato a Buzz. Altri attribuiscono al suo caratteraccio molte inimicizie, che al momento decisivo gli remarono contro. Più probabilmente gli Stati Uniti preferirono affidare il compito ad un civile, quale era Armstrong, per non dare l’impressione al mondo che l’arrivo sulla Luna somigliasse a una conquista militare.
E così a Buzz Aldrin rimase l’etichetta di secondo uomo sulla Luna e un progressivo oblio. Sappiamo che c’era, ma non chi era. È sua, tuttavia, la voce che sentiamo salmodiare le cifre altimetriche che mandarono in bambola Tito Stagno, facendogli annunciare l’allunaggio in anticipo sul resto del mondo. Sono sue anche le prime parole pronunciate da un essere umano su un corpo non terrestre: “Contact light” disse non appena il sensore del modulo lunare accese la spia che gli rivelava di avere toccato il suolo.
E se Armstrong preparò (o improvvisò) quella frase riconoscibile come un verso shakespeariano, sul grande balzo dell’umanità, Aldrin si produsse in un sincero capolavoro poetico sull’estasi e lo sgomento per il paesaggio lunare: “Una magnifica desolazione”.

I due astronauti eseguirono diversi esperimenti scientifici, ma nella memoria collettiva rimangono soprattutto le immagini fotografiche di quell’allunaggio.
Per anni si è creduto che tutte le foto della missione Apollo 11 scattate sulla Luna ritraessero Aldrin e che questo fosse stato un gesto di ripicca di Buzz nei confronti dell’uomo che gli aveva sottratto il primato. Nei dialoghi lunari, in effetti, si può sentire Armstrong che chiede al compagno alcuni scatti, mentre Aldrin risponde frettolosamente di essere troppo impegnato in altre faccende. In verità esistono almeno un paio di foto che ritraggono il comandante di missione, ma tutte di cattiva qualità. E così, sui libri di storia, accanto al nome di Armstrong appare sempre una foto del dio della vendetta Seth con indosso la tuta di Aldrin.
souvenir lunare
Fu solo al ritorno sulla Terra che Buzz si rese conto di essere stato il protagonista del primo evento mediatico della storia dell’umanità e delle aspettative maniacali che si erano concentrate sugli astronauti. Fu con sincera meraviglia che si rivolse ad Armstrong nel delirio di capi di stato, giornalisti, folle pronte ad accoglierli come rock star interplanetarie durante parate fantasmagoriche: “Ci siamo persi tutto, Neil…”
Si erano preparati per anni ad andare sulla Luna, ma non erano pronti a ritornare sulla Terra.
Fu così che giorno dopo giorno la polvere lunare si depositò su di lui, zavorrandolo in una lenta discesa verso la depressione e l’alcoolismo. Già pochi anni dopo il suo viaggio Buzz capisce quanto sia duro interpretare da attore non protagonista il sogno dell’umanità, un sogno che sempre più veniva ricordato come un’anomalia storica, una promessa che non ci ha condotti dove ci si aspettava. Nel giro di tre anni, infatti, l’esperienza che rappresentò una smania collettiva per un’intera generazione bruciò tutta la sua entusiasmante potenzialità e finì per appassire come il sogno colorato dei figli dei fiori, sommerso dal montante conflitto razziale, dal Watergate, dai brutti sogni che tormentavano notte e giorno i reduci del Vietnam. Il mondo cambiava e non nella direzione che sembravano indicare i razzi spaziali. L’avventura che doveva aprire scenari impensabili per il genere umano è finita nel dimenticatoio, ricordata come un’impresa velleitaria, costosissima e sostanzialmente inutile, storicamente incardinata alle ragioni competitive della guerra fredda e recentemente sbiadita nella sua autenticità da uno sprovveduto complottismo.

Una prova dello sbarco: il percorso degli astronauti dell'Apollo 11visto dal satellite 
E mentre Armstrong si difendeva dal suo mito rinchiudendosi in un silenzio quasi claustrale, Aldrin provò a smitizzare l’esperienza. Raccontò in un libro che quei secondi di indugio sulla scaletta che lo avrebbe portato a toccare il suolo lunare erano dovuti ad un’esigenza fisiologica e che, in altre parole, era stato il primo uomo a pisciare sulla Luna. Rivelò un imbarazzante episodio accaduto nel modulo che ospitava i tre astronauti in quarantena, uno spazio angusto in cui dovevano stare accovacciati per affacciarsi dall’oblò che li mostrava al Presidente Nixon e alla folla. Ad un certo punto Buzz si rese conto con orrore che quando avrebbero suonato l’inno nazionale a loro sarebbe toccato alzarsi, esibendo al mondo intero la zona pelvica all’altezza della patta dei pantaloni! 
Il buon umore, tuttavia, non bastò e ci vollero due divorzi e un programma di disintossicazione dall’alcool per  ritrovare l’equilibrio. Oggi Aldrin è diventato il principale testimonial dell’esperienza umana sulla Luna.  Ha imparato, se non altro, a capitalizzare la sua esperienza e se volete una sua foto autografata che lo ritrae sulla scaletta del LEM poco prima di mettere piede sulla Luna (e ovviamente sì, poco dopo aver fatto pipì), dovete sborsare 400 dollari. Sostiene in tutti i modi il ritorno dell’uomo sulla Luna e lo sbarco su Marte, si difende dai molestatori  come Bart Sibrel, che gli intimava di giurare sulla Bibbia di essere stato veramente sulla Luna, assestandogli,  a 70 anni suonati, un pugno alla mascella.

Ballando con la Luna?

A lui si ispira, omaggiandolo, l’astronauta giocattolo Buzz Lightyear, il personaggio dei cartoni Pixar che nelle ricerche su google lo precede per fama (ancora!). In preda ad una frenesia tutta terrestre, ha inciso canzoni rap, collaborato alla scrittura di libri di fantascienza e gialli, partecipato all’edizione americana di “Ballando con le stelle”.

Insieme alla moglie Lois è un infaticabile conferenziere ed è un assiduo frequentatore dei social network Facebook e Twitter. Si legge sul suo sito ufficiale che gli piacerebbe tornare sulla Luna per verificare se le bandiera che piantò oltre 40 anni fa è ancora in piedi.
Adorabile Buzz, che non perdi il senso dell’umorismo e vorresti tornare ancora lassù, dove Warhol ti ha consegnato all’umanità come una colorata reliquia pop.
Io non riesco a sottrarmi al pensiero che per 21 ore il tuo indirizzo è stato sulla Luna, Mare della Tranquillità. A 380.000 chilometri di distanza la Terra dei portentosi continenti, delle forze marine, delle nuove frontiere, di primavere e carri armati, di pietre rotolanti, delle odissee spaziali prossime venture, dei riff lisergici, degli uomini che avevano un sogno, delle gioie, delle speranze e delle angosce moltiplicate per miliardi di esistenze, la Terra non era nulla più che un bagliore riflesso sul casco d’astronauta.



Fonti, rimandi,ispirazioni e fanatismi:

40 anni dopo

Sito ufficiale di Aldrin http://buzzaldrin.com/

Biografia di Aldrin sul sito della NASA http://www.jsc.nasa.gov/Bios/htmlbios/aldrin-b.html
The Apollo 11 flight journal http://history.nasa.gov/ap11fj/

Polvere di luna. La storia degli uomini che sfidarono lo spazio di Andrew Smith – Cairo Editore ISBN: 8860520320
Return to earth di Edwin Buzz Aldrin e Wayne Warga