A Phil di cui ero fan ed adesso sono amico.
Chissà a cosa pensava Franco
Battiato nel 1993, quando chiuse una sua canzone identificando il diavolo in un violinista. Per circa 15 anni, infatti, discreto e geniale, come suo
braccio destro aveva avuto un maestro di violino che nell’incredibile nome di
Giusto Pio custodiva ben altre appartenenze.
Nato nel 1926 nel cattolicissimo Veneto,
giovanissima staffetta nella formazione patriottica di Tina Anselmi, studente
di violino per ripiego (il pianoforte costava troppo), il luogo più malfamato che
Pio aveva frequentato per decenni era stato l’orchestra della RAI, dove lavorava
come violino di concertino, ovvero vice primo
violino. Almeno fin quando il diavolo ci mise la coda per davvero, segnatamente
quella del pianoforte di Antonio Ballista, musicista amico di Franco Battiato.
Ballista pregò il maestro Pio di accogliere il giovane e promettente compositore
siciliano come suo allievo. Era il 1978 e prima di allora per il violinista
veneto il pop era stato solo un’occasione per guadagnare soldi come turnista in
sala d’incisione. Per il resto la musica leggera era severamente bandita da
casa Pio, almeno in presenza del capofamiglia. Di fronte alle insistenze del
collega Ballista, Giusto Pio tentenna, poi, spinto dai figli e dai loro ascolti
carbonari del Battiato sperimentale, accetta di ricevere l’allievo esclusivamente
le domeniche pomeriggio di cattivo tempo. Battiato si presenta a casa Pio con
puntualità irritante, anche quando il tempo è buono e nel rapporto tra allievo
e maestro i due scoprono insospettabili affinità. Li lega un’insofferenza per la cultura aulica e paludata dove la mancata soggezione di
Battiato per l’ordine culturale costituito trova sponda nell’intolleranza di
Pio per le tirannie dei direttori di orchestra sugli orchestrali, servi della gleba in catene sul terreno della musica colta, di cui solo il direttore è in grado di gustare i frutti. Dirà
in un’intervista: “Sulla musica classica pesano certe imposizioni secondo le
quali Brahms va eseguito in quel solo modo, Mozart esige quel vibrato. Pesa
insomma la rigidità degli schemi che si applicano all’interpretazione.” E le
esigenze tecniche dell’interpretazione otturano il canale comunicativo del
suono, per cui il pubblico della classica più che ascoltare la musica ascolta
l’esecuzione della musica.

Per Pio è insopportabile che ci
siano dei supponenti ad esercitare l’arte del comando, mentre ai peones in
smoking non resta che ubbidire anche di fronte alle cialtronerie.
L’anti accademismo di Franco Battiato, quindi, è per Giusto Pio una sorte di
lasciapassare che lo libera dalle corvée orchestrali e lacera finalmente il
diaframma tra esecutore e pubblico. I due iniziano una collaborazione che si
consuma all’inizio nei circuiti musicali alternativi. Il set scenico prevedeva
delle improvvisazioni con Battiato seduto a terra e Giusto Pio a suonare il
violino sopra la sua testa, spesse volte con performance strazianti di cui i
più coraggiosi possono ascoltare dei saggi nell’album “Juke Box”. Anche Pio
edita un suo primo lavoro su LP. Il titolo, “Motore immobile”, riflette lo
spirito religioso del maestro e, nella dicitura "si consiglia l'ascolto a
volume basso", ne rivela anche l'indole umana.

La svolta che darà inizio ad una
delle più originali avventure del pop italiano avviene un
giorno, a tavola, quando Battiato propone al maestro di scrivere canzoni, affrontando il
giudizio del mercato. E sul mercato, fino ad allora, il cantautorato
italiano aveva sovente pagato con falsa moneta. Sotto la patina dorata dei
testi, infatti, partiture, schemi e regole musicali occultavano regolarmente il
marchio di conio del jazz, oltre ad una certa povertà armonica. Battiato e Pio,
come autori di musiche ed arrangiamenti, cominceranno a lavorare valorizzando proprio
le parti armoniche. I primi esperimenti di un certo successo riguardano Alice
per cui confezionano “Il vento caldo dell’estate” una canzone che si fa beffa anche
dei canoni del pop, poiché il ritornello manca totalmente della parte ritmica,
sostituito da accordi di organo. E con la dissacrazione che sarà il marchio di
fabbrica di quegli anni, sempre per Alice firmano il successo Sanremese di “Per
Elisa”, brano di aggressiva anti melodia, allusiva per contrasto alla placida
soavità Beethoveniana. Nel frattempo anche i primi album pop di Battiato
destano l’interesse del grande pubblico. All’inizio degli anni ’80, tuttavia, Giusto
Pio si divide ancora tra i concerti del venerdì sera nella Sala del Conservatorio,
in abito scuro a code, e quelli delle tournée con Battiato affrontate con l'abbigliamento di un impiegato del catasto e il sorriso enigmatico tipico della sua espressione. Il successo travolgente
arriva all’improvviso e senza gradualità. I palasport si riempiono e la
curiosità di molti si appunta su questo signore di mezza età (19 anni lo dividono
da Battiato) che suona il violino in mezzo a giovani patrioti di una musica nuova, che fonde oriente e mitteleuropa, Wagner e i muezzin, i Balcani e il Mediterraneo,
senza dare punti di riferimento all’ascoltatore, travolto da prostitute
libiche, gesuiti euclidei e meccaniche celesti perfettamente incastrate su
sonorità inaudite. Il neo pensionato dell’orchestra RAI Giusto Pio, a quasi 60
anni, diventa una specie di imperturbabile rock star in golfino e pantaloni di
panno. Nel giro di pochi anni Battiato e Pio fanno musicalmente scuola con arrangiamenti
accattivanti che introducono nelle canzonette voci megafonate, cori lirici, campionamenti e risonanze
della musica classica, potendo anche giovarsi di straordinarie interpreti come
Giuni Russo e Milva per le loro arditezze sonore. Pio, che ha una presenza
scenica alla Buster Keaton e l'aria di chi è capitato lì per caso, appare anche negli stralunati video musicali del
tempo come un alter ego compassato dello stesso Battiato. Il successo
travolgente dell’album “La voce del padrone” lo porta ad uscire allo scoperto
in prima persona con “Legione straniera” un disco strumentale di musica pop.
Dice: “L’aver lavorato con Franco in
maniera netta e senza preconcetti mi fece vedere il pop sotto un’altra luce. […]
Si lavorava privi di paraocchi e steccati. Questa fu la grande lezione di
Franco, capii che alcuni brani di – chessò – Paul McCartney non avevano nulla
da invidiare a Schumann, ad esempio.” Il disco, zeppo di esotismo e trainato
dalla magia aliena del singolo, finì addirittura in classifica e in TV dove
qualcuno, a causa di una innegabile somiglianza, confuse Pio con Enzo Biagi che
ostentava una fino ad allora occulta passione per il violino.
Il maestro di Castelfranco Veneto
accompagnò nel corso degli anni ’80 tutta la carriera di Battiato come coautore delle musiche, contribuendo
anche al suo successo internazionale e diventando, col tastierista Filippo
Destrieri, un inconfondibile marchio del suono Battiato. Nel 1989 Pio, grande ammiratore di Giovanni Paolo II, convince il
musicista ad accettare l'invito a suonare alla Sala Nervi al cospetto del Papa.
Il cantate siciliano si presentò in tenuta nera, mentre Pio, con il suo
maglioncino, era tutto vestito di bianco, in un involontario quanto rivelatore Yin e
Yang Vaticano.

A partire dagli anni ‘90 Giusto Pio si congeda da Battiato col suo stile, cominciando a
diradare le collaborazioni. “Mi sono fatto troppo vecchio – dirà – non voglio
essere un peso e voglio lasciare un buon ricordo.” E come promemoria aveva liberato
dalle corde del suo violino un ultimo capolavoro di transizione tra il pop e
l’avanguardia: “Note” un album sospeso tra severità e tenerezza, pieno di intimismi
e crepuscoli, ripiegato sull’infanzia dei nipotini, sui ricordi avventurosi del
Capitano Nemo e sulle visite di arcane presenze. Per Battiato, con cui ancora
oggi si danno del lei, avrà parole di gratitudine ed affetto: “Franco mi è figlio
e padre, amico e fratello è parte di me e la migliore.”
Nelle opere di una fertilissima maturità
Giusto Pio darà voce ai martiri di Piazza Tienammen (ma per pudore preferì
farsi suggerire da Battiato un titolo estraneo ai fatti: “Attraverso i cieli”)
e creerà una messa di popolo in onore di papa Wojtyla in cui trovano spazio il suono
delle pulsar, le voci della NASA, il tifo della nazionale, il martello
pneumatico, la risonanza magnetica. Finalmente può dedicare un po’ del suo
tempo anche alla moglie Maria con cui è sposato da più di 60 anni e che chiama
“la mia ragazza”, sentendosi in Paradiso quando le stringe la mano sul divano,
alla sera, davanti alla TV. Creativamente inarrestabile compone nella sua casa
di Castelfranco Veneto non più per il mercato, ma in occasione di installazioni
pittoriche o ispirato dall'attualità o dai suoi monti, oltre a dedicarsi alla pittura
astratta. Nell’ultima intervista concessa in occasione del suo 85esimo
compleanno si è detto stupito per l’affetto che lo circonda e di fronte alle
insistenze dell’intervistatore ha affermato “C’è gente che salva delle vite
ogni giorno, quelli dovrebbero avere dimostrazioni di affetto, di quelli
bisognerebbe parlare sempre. Invece si parla solo di quattro canzoni”. Siamo
d’accordo, ma se di quelle quattro canzoni, tuttavia, si volesse comprendere
qualcosa, si sappia che Giusto Pio è una figura chiave, fosse anche solo quella
di violino.

Fonti, rimandi, ispirazione e fanatismi:
Il sito ufficiale
Il video di Legione straniera
Al violino con Battiato -1
Al violino con Battiato -2
Giusto Pio parla della moglie
Dedicato a Giusto Pio
a cura di A. Zanellato e M. Sernaggiotto ed Danilo Zanetti
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